Giornale di informazione di Roma - Sabato 16 dicembre 2017
 
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Sognare un'Europa ancora più larga -III parte-

realtà realizzabile oppure utopia?

Quelli che possono gridare di essere e di sentirsi parte integrante dell’Europa sono i paesi della ex-Jugoslavia, i quali pur leccandosi ancora le ferite di una guerra fraticida fra le varie etnie, sono riusciti a migliorarsi politicamente ed economicamente a tal punto da sviluppare molto il settore del turismo. Se da una parte Serbia, Bosnia-Erzegovina e Montenegro vivono ancora una fase di ricostruzione, la situazioni più felici le troviamo senza ombra di dubbio in Slovenia e Croazia, le prime nazioni ad aver subito le conseguenze del sanguinoso conflitto, le quali appena hanno ottenuto il distacco e l’indipendenza da Belgrado, hanno saputo dare vita a dei governi che hanno molto puntato sullo sviluppo del paese, riuscendo così ad avere l’appoggio di Bruxelles per entrare nella UE. L’Europa fino a pochissimo tempo fa ha vissuto sul rispetto dei famosi tre pilastri, nati con il trattato di Maastricht con lo scopo di dividere le politiche dell’Unione Europea in tre aree fondamentali: la prima area che ha riguardato le Comunità Europee ovvero un mercato comune europeo, l’unione economica e monetaria, una serie di altre competenze aggiunte nel tempo oltre alla politica del carbone, dell’acciaio e di quella atomica. La seconda che ha affrontato la politica estera e di sicurezza comune ossia la costruzione di una politica unica verso l’esterno, il terzo pilastro ha rivolto tutte le attenzioni verso la Cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale, con l’intento di costruire uno spazio europeo di libertà, sicurezza e giustizia in cui vi sia collaborazione contro la criminalità a livello sovranazionale. Questi pilastri hanno avuto al loro interno dei principi europeisti che dovevano essere comuni a tutti gli Stati aderenti, ma nello stesso tempo dovevano distanziarsi dai principi del metodo intergovernativo. Nel primo pilastro si è potuto notare un certo sovranazionalismo, presente soprattutto nella più importante delle Comunità Europee ovvero la CECA, nei rimanenti due pilastri sono stati messi in evidenza i poteri che rivestivano i principali organi e si può notare come il Parlamento, la Commissione e la Corte di Giustizia, abbiano da sempre avuto poteri molti limitati rispetto al Consiglio. Con il passare del tempo, CECA, CEE ed EURATOM vennero unificate con lo storico trattato di fusione del 1967 e venticinque anni dopo venne abolita la parola economica, trasformando così la CEE in CE. Con Maastricht lo scopo di fondo fu quello di dar vita ad una politica comune fra i vari stati, tendente a disciplinare questioni importanti quali la politica estera e di difesa, la sicurezza comune, il diritto d’asilo e il problema immigrazione. La CECA, dopo cinquant’anni di attività, ha cessato la sua attività nel 2002 e nello stesso tempo ci fu una riforma strutturale dei tre pilastri, con alcune competenze trasferite dal terzo al primo. Oggi i tre pilastri sono stati aboliti grazie al trattato di Lisbona nel 2009 che ha attribuito maggiore personalità giuridica all’UE, ma nonostante la loro uscita di scena, l’Europa non ha per niente abbandonato tutto l’insieme di principi e regole elencati nei vecchi pilastri, anzi continua a basare la sua esistenza sulle stesse tematiche da sempre seguite con attenzione, buttando un occhio di riguardo verso la politica agricola comune, altro argomento oggetto di discussione a Bruxelles. Un altro aspetto da non dimenticare è che aleggia nella mente di molti politici europeisti l’obiettivo di dar vita ad un diritto europeo che sia costituito da quell’insieme di norme sulle quali si deve basare la convivenza fra i cittadini europei, precetti che investono anche tutte le altre sfere, compreso il mondo del lavoro che ormai ha aperto le frontiere a tutti i cittadini europei grazie ad un mercato sempre più ricco di offerte. Alla luce di questo lungo excursus storico, se volessimo cimentarci in un bilancio generale a diciotto anni di distanza dall’evento di Maastricht, la risposta che ricaviamo è che la parola Europa è ricca di significati, sinonimo di innovazione, di maggiori aperture sul fronte culturale ma nello stesso tempo è anche il fenomeno più complesso da capire, lo dimostra il fatto che i paesi dell’est ancora devono arrivare ad una piena integrazione con gli altri stati occidentali e la Turchia per il momento deve fare molta strada prima di poter essere definita un paese europeo a livello istituzionale. Nell’attesa che arrivino tempi migliori, l’unica certezza è che il quesito se allargare o meno le frontiere europee agli altri popoli rimane sempre più intricato e difficile del previsto.

Marco Chinicò

[28-02-2010]

 
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