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E’ durata poco la prima udienza del processo per il delitto di Simonetta Cesaroni. Nell’aula bunker del carcere di Rebibbia c'era l’unico imputato: Raniero Busco, ex fidanzato della ragazza.
Un paio d’ore e il processo è stato rinviato al prossimo 16 febbraio. A quasi vent’anni da quel 7 agosto del 1990, quando Simonetta fu trovata senza vita e seminuda nell’appartamento di via Poma 2, i giudici della III Corte d’Assise presieduta da Evelina Canale cercheranno di risolvere il mistero che per due decenni ha riempito le cronache tra indagini e colpi di scena.
Contro l’imputato i risultati di diverse consulenze.
Ultima quella sulla compatibilità dell’arcata dentaria di Busco con il segno di un morso trovato sul corpetto che indossava la Cesaroni: riscontro che costò all’uomo, oggi 44enne spostato con due figlie, meccanico per Adr a Fiumicino, il rinvio a giudizio lo scorso 9 novembre.
Al centro dell'udienza la moglie di Busco che ha difeso il marito e parlato della sua famiglia. "Mio marito - ha detto - è innocente. Non abbiamo nulla da nascondere. Spero sia l'inizio della fine di un incubo". Al termine dell'udienza, attorniato da giornalisti e avvocati, Busco ha pronunciato poche frasi:"Se io sono tranquillo? E' una parola grossa". Busco non ha disposto ad altre domande ma a chi gli faceva notare che la moglie, Roberta Milletarì, era con lui in aula ha risposto: "E' importante avere una donna così".
Busco era stato già iscritto nel registro degli indagati nel settembre del 2007, dopo l’esito di una consulenza sullo stesso corpetto, sul quale fu trovata una traccia genetica estratta dalla saliva, riconducibile proprio a lui. Presenza giustificata all’epoca con alcune effusioni che si sarebbe scambiato con la ragazza la sera prima del delitto.
E c’è anche un terzo elemento: una traccia di sangue sulla porta dell’appartamento di via Poma.
Il dna è presente in percentuale molto bassa per essere certi della compatibilità, ma i test hanno escluso l’appartenenza del codice genetico a tutti gli altri personaggi che negli anni sono stati coinvolti nell’inchiesta.
Questa mattina non erano presenti in aula la mamma della ragazza, Anna Di Giambattista e la sorella Paola che si sono costituiti parte civile. Così come il Comune: richiesta accettata dai giudici.
tags: via poma, simonetta cesaroni
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