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Il Patto

di Sigfrido Ranucci e Nicola Biondo

È un libro che può fare molto rumore, quello di Sigfrido Ranucci e Nicola Biondo. Può fare rumore perché va a riportare a galla un pezzo doloroso e di fatto ancora oscuro della storia italiana, un pezzo di storia che è oggi oggetto dell’interesse della procura di Palermo. Una vicenda, quindi, ancora tutta in divenire.

I due autori sono entrambi giornalisti: Sigfrido Ranucci è giornalista di Report e ha realizzato inchieste sulle stragi di mafia; Nicola Biondo ha lavorato invece alla redazione di Blu notte, e oggi collabora con l’Unità.

Il ‘patto’ del titolo è quello stipulato tra una parte dello Stato e l’ala più ‘moderata’ di Cosa Nostra, quella guidata da Provenzano. È subito dopo la strage di Capaci che si colloca l’inizio degli incontri segreti. Provenzano assicura la cattura di Riina e promette che non avverranno più stragi in terra siciliana; in cambio, ottiene l’impunità per sé e per le altre personalità di Cosa Nostra, che di fatto passano sotto di lui. Ipotesi del libro, ma anche del processo che vede coinvolto il generale Mori (ex capo del Ros ed ex capo de Sisde), è che per anni sia stata protetta la latitanza di Provenzano, e che nello stesso contesto si sia instaurato in Sicilia un nuovo asse tra politica e Cosa Nostra, che sostituisce quello venuto meno con l’uccisione di Salvo Lima da parte della mafia.

Per raccontare gli intrecci di quegli anni, Ranucci e Biondo scelgono una figura ai più sconosciuta: quella di Luigi Ilardo, braccio destro di Giuseppe Madonia, il capomafia di Caltanissetta vicinissimo a Bernardo Provenzano. Ilardo viene arrestato nei primi anni ’90 e dal carcere di Lecce decide di collaborare. Lo fa in un modo nuovo e insolito, perché viene infiltrato dentro Cosa Nostra. Ilardo viene messo in contatto con il colonnello dei carabiniere Michele Riccio, con l’obiettivo di arrivare a Provenzano. Di fatto l’obiettivo è raggiunto già nel 1995, quando Ilardo indica ai carabinieri il covo dove è nascosto Provenzano, ma i Ros non interverranno. Perché? Questo è uno dei tanti interrogativi che il libro si pone, assieme al perché il covo di Totò Riina non venga perquisito, o su quale sia stato il coinvolgimento dei servizi segreti, o su chi abbia tradito Ilardo, ucciso nel giugno del 1996, pochi giorni dopo un incontro con il procuratore Caselli, il magistrato che lui aveva scelto per collaborare ufficialmente.

La vicenda di Ilardo e di Riccio viene raccontata attraverso le trascrizioni dei verbali dei loro incontri, ma il pregio del libro non sta solo in questo: “Il Patto” fa nomi e cognomi (anche di politici noti), riporta documenti, ricorda fatti spesso dimenticati e li colloca in una cornice oggi più ampia. Tutto questo lo rende un libro coinvolgente e duro.

Antonio Scafati

[02-02-2010]

 
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