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  • CINEMA

Invictus

di Clint Eastwood. Con Morgan Freeman, Matt Damon

[20 gennaio 2010]

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di Svevo Moltrasio

Il neo presidente Nelson Mandela incontra il capitano della squadra nazionale di rugby. Obiettivo il mondiale del '95 che si svolge proprio in Sud Africa. Da sempre simbolo dell'apartheid, la nazionale per Mandela è il primo passo di un cambiamento verso l'unione tra bianchi e neri.

Il nuovo film di Clint Eastwood segue di un anno il successo GRAN TORINO: impegnato solo dietro la macchina da presa, il regista ritrova Morgan Freeman, e per la prima volta lavora con Matt Damon, con cui è già sul set anche per il prossimo lavoro. Tratto da un libro di John Carlin, il film è sceneggiato da Anthony Peckham, tra gli autori del nuovo SHERLOCK HOLMES. Questa volta il pubblico in patria non è accorso in massa. L’opera rientra in una moda degli ultimi anni che vuole raccontare grandi personaggi della storia moderna con un occhio intimista e quotidiano – pensiamo, tra gli altri, a THE QUEEN di Frears o anche a FROST/NIXON di Howard -.

Qui siamo nel Sud Africa lungo il primo anno di governo Mandela dove, sembra dirci Eastwood, il principale interesse del nuovo presidente è stato quello di rinnovare il fascino della squadra nazionale di rugby. Dietro questa operazione c’era un’idea semplice quanto efficace di unificazione del paese, con bianchi e neri affiancati nel tifo. Eastwood parte in sordina, con una messa in scena più scarna e pacata del solito: pochissimi movimenti di macchina per riprendere dialoghi lenti. Dopo l’incontro con il capitano della nazionale, e la chiarificazione delle intenzioni di Mandela, la narrazione prende lentamente quota fino ad arrivare al concitato match finale. Non è il noto epilogo la chiave del film: l’interesse del regista sta nel raccontare il lento penetrare della squadra nella cultura e nelle realtà del paese.

In questo lo stile, manco a dirlo, è abilmente equilibrato e sensibile – straordinaria la scena di allenamento nel campo di periferia -. Il regista non rinuncia all’ironia – i battibecchi tra le guardie del corpo – e con pochi tocchi dona spessore a tutti i personaggi – ottime le interpretazioni -. Curiosità: un autore notoriamente cupo come Eastwood racconta per la prima volta una favola ottimista proprio grazie ad una storia vera, con un happy ending americano per un successo africano.

     

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