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Lettera di un detenuto su Stefano Cucchi

''tutta la notte botte dai carabinieri''

 "Tutta la notte ho preso botte". Così un detenuto scrive in una missiva inviata alla famiglia di Stefano Cucchi, il 31enne morto il 22 ottobre scorso, sei giorni dopo essere stato arrestato.

Nella lettera il detenuto, un arabo, riferisce di aver condiviso una stanza con Cucchi nel centro clinico di Regina Coeli. Qui, avrebbe raccolto le sue confidenze: "Mi hanno ammazzato di botte i carabinieri", si legge nella missiva.

LA LETTERA - "Sono un detenuto al centro clinico di Regina Coeli 2 medicina stanza n. 6. Nella tarda notte, non ricordo esattamente il giorno esatto, nella stanza n.6 arriva un ragazzo sulla barella io vedevo che faticava a poter camminare, mi sono alzato dal mio letto e immediatamente mi sono messo a sua disposizione, vedendo le sue condizioni: si per camminare e facendo molto fatica". "Prima l'ho fatto sedere sulla sedia - si legge - Nel frattempo preparavo il suo letto, prendevo dalle sue mani le lenzuola, lui mi ha chiesto una coperta, sentiva molto freddo. Ho preso la mia coperta dal mio letto poi ho incominciato ha fare il suo letto, poi lui (il ragazzo) si è messo sul suo letto. Il ragazzo stando sul suo letto mi chiedeva se ci fosse qualche dolce (biscotti).

 Ho preso un piatto di carta, ho messo dei biscotti mangiandone minimo due o tre. Poi mi ha chiesto una sigaretta. Io l'ho presa da un mio amico e ha fumato una sigaretta. Poi gli ho domandato 'chi ti ha picchiato?' vedendolo sul suo viso come stava (colore rosso viola). Lui mi risponde (sua bocca) 'mi hanno ammazzato di botte i carabinieri' rispondendomi in romano, 'tutta la notte ho preso botte'. Io faccio domanda al ragazzo: 'Perché?'. Lui molto educato mi risponde 'per un pezzo di fumo'. Io domando al ragazzo 'per un pezzo di fumo ti hanno fatto questo?'. Lui dice 'sì' mentre fumava la sigaretta, vedevo che non stava bene, e finita la sigaretta mi guarda e mi dice buona notte e si addormenta".

"Durante la notte nella nostra cella si sentivano urli forti - si legge nella missiva - Mi sono rialzato dal mio letto e nel frattempo si alzava un altro mio amico e ci siamo avvicinati a lui. Quando ci siamo avvicinati a lui per vedere cosa succedeva, lui disse 'sto male ma non chiamate nessuno'. Vedevo che era molto impaurito e aveva un tono di voce affaticato. Riprende a dormire. Vedendolo molto impaurito dentro di me facevo 'solo per un pezzo di hashish/fumo ti hanno ridotto così? Boh!'. La mattina si è alzato. Io vedendolo mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto 'ti serve qualche cosa?' Lui poverino mi risponde con stanchezza 'per favore posso aver un caffè o latte (certo)'. L'ho portato vicino al tavolo, si è seduto e ha fatto colazione con caffè e latte con biscotti. Dopo aver finito mi chiedeva una sigaretta e un caffè (nero). Io rispondo 'certo amico'. Lui si presenta con il nome Stefano. Io rispondo 'molto piacere mi chiamo (il nome è cancellato, ndr.). Lui mi dice 'grazie'. Ritornando al suo letto, mettendosi sotto le coperte io gli domando (Stefano) 'chi ti ha picchiato?'. Lui mi risponde per due volte (i carabinieri). Io vedevo che di nuovo si sentiva male. Abbiamo chiamato il dottore della sezione 2 medicina. Il dottore è arrivato dicendo 'portatelo nella infermeria' (io risposto non può camminare il ragazzo). Il dottore è entrato nella cella nostra, ha visto lui, lo ha toccato, è uscito subito e ha chiamato il suo superiore medico, entra nuovamente (il superiore) lo controlla e vede lo stato di Stefano, lo tocca ai fianchi del corpo e Stefano fece un urlo 'ahi...' Il dottore dice che deve andare immediatamente all'ospedale. Stefano ha sentito (la parola ospedale) era molto impaurito, ma il dottore insiste che deve andare urgente all'ospedale. Il medico esce dalla cella, entra nel suo ufficio. Nel frattempo Stefano mi chiama 'non voglio andare all'ospedale'. Ma io gli dicevo 'per favore devi andare all'ospedale come dice il dottore'. Per tanto più di mezz'ora dicevo 'devi andare all'ospedale' ma lui mi rispondeva 'No! No! No!' Io gli rispondevo 'vatti prima a curare' (lui Stefano) mi rispondeva sempre le stesse parole (No! No! No!) alla fine mi risponde 'va bene vado all'ospedale'. Nel frattempo richiamo il dottore che stava nel suo ufficio (non so cosa stesse facendo) il dottore disse 'a posto...' Nel frattempo Stefano mi richiama, mi disse 'dammi il numero di telefono dei tuoi familiari se hai bisogno di qualche cosa'. Io rispondo 'no, pensa prima a curarti non preoccuparti di me'. Poi prima di andare via - conclude - gli ho dato una busta di biscotti con due mele. Quando Stefano l'hanno portato via io e il mio amico di stanza ci siamo parlati in arabo dicendo 'non si può fare questo così su una persona umana, dio non vuole così. Gesù vede tutto e sicuramente queste persone che hanno fatto il male a Stefano Dio fa e pagheranno sette volte'. Stefano stai nelle mani di Dio adesso sei al sicuro. Pace amico mio".

 
 

[27-11-2009]

 
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