Giornale di informazione di Roma - Lunedi 18 dicembre 2017
 
Seguici sui social:

 
 
 
 
 
Teatro Roma
 
» Prima Pagina » Cultura Roma » Teatro Roma
 
 

La malattia della famiglia M

Al Piccolo Eliseo Patroni Griffi

Fausto Paravidino

Di Giuseppe Duca

Fino al 13 dicembre sarà  in scena al Piccolo Eliseo Patroni Griffi “La malattia della famiglia M”, scritto, diretto ed interpretato da Fausto Paravidino, con Jacopo-Maria Bicocchi, Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Nicola Pannelli, Paolo Pierobon e Pio Stellaccio.

“La commedia è stata scritta tra il ’99 e il 2000 su commissione del Premio Candoni - Arta Terme – racconta Paravidino -. Ho impiegato alcuni mesi a scriverla. Invece di partire dall’inizio e precipitare verso la fine in pochi giorni, ho lasciato trascorrere lunghi intervalli di tempo tra una scena e l’altra, rimanendo in placida compagnia dei miei personaggi. Ne è venuta fuori un’opera con un andamento molto morbido, dove i personaggi sono delle persone che si fanno conoscere piuttosto bene, mentre le scene sono soggette a frequenti cambi di registro e denunciano la loro provenienza da momenti diversi”.

Lo spettacolo allude al disagio esistenziale di un nucleo allo sbando, con il medico del paese delegato a raccontare da testimone una vicenda in cui si rivelerà anche implicato. Al centro c’è un rapporto di fratellanza, con due sorelle, che si chiamano non a caso l’una Marta e l’altra Maria, e un fratello che tradisce per irresolutezza il ruolo illuminante al quale parrebbe eletto, scontando anche l’assenza di una guida. Il padre è infatti malridotto e privo di ogni autorità, la madre ha lasciato un’eredità pesante a causa di una fine o di una sparizione di cui nessuno osa chiarire la natura, fonte per tutti d’imbarazzo, mentre il medico non mantiene le iniziali promesse d’arbitraggio.

Deciso a uscire da quell’ambito generazionale in cui la schematicità dei teatranti lo ingabbierebbe volentieri, Paravidino si propone di allargare il proprio discorso all’analisi di una famiglia nella sua completezza, dentro il contesto di un borgo presumibilmente simile a quello dove è nato, nell’Alessandrino, e ne delinea con bella efficacia il disegno e i caratteri, finchè non arriva a inserirvi un equivoco da pochade o da tragedia, comunque assai teatrale e forte di una effettiva verità, che sconvolge la situazione e la conduce, direttamente o no, a uno sbocco. Il ragazzo rimane casualmente vittima di un incidente mortale cui sembra forse predestinarlo la sua evasiva fede in una vita guardata come gioco, e le sorelle se ne vanno, alla ventura, a scoprire il mondo.

Non ho mai voluto mettere in scena in Italia questo testo – conclude l’autore - aspettando che ci fossero le condizioni giuste. Che si manifestasse l’attore perfetto per questo o quel ruolo. Ho protetto questo testo dalla messinscena perché gli ho sempre voluto quel bene astratto di cui parla la commedia. Ora ho accettato di farlo. Essere pronti non è tutto…”.

[27-11-2009]

 
Lascia il tuo commento