Giornale di informazione di Roma - Domenica 17 dicembre 2017
 
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Cronache di reparto
 
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Lettera d'amore materno

A Marco, uno studente del terzo anno che frequenta il nostro reparto, è toccato in destino di dover assistere la madre, malata terminale, qui in ospedale. Pochi giorni fa mi ha consegnato questa lettera, che ha scritto quando la madre stava ancora a casa. Mi chiede di pubblicarla.

"L'unico sollievo in questi giorni di inferno è stato parlare coi parenti di altri malati. Sapere che qualcuno comprende il nostro dolore perchè sta vivendo un'esperienza molto simile non può certo restituirti la persona amata, ma ti dà forza per andare avanti. Ho scoperto l'empatia. Ecco perchè, se può, dottore, renda pubbliche le mie parole." Ecco a te, Marco.

Anche stasera ho fatto tardi. E l’ho fatto volutamente. Non ho voglia di distendermi nel letto e nel silenzio ascoltare il tuo respiro affannoso,inquieto, al di là della parete.

Appena ti addormenti papà va in cucina a mangiare qualche boccone (in effetti in questi ultimi mesi pare che il nostro stomaco preferisca il digiuno), Fabrizio crolla davanti alla televisione, io preferisco stare a guardarti ancora un po’. Certe volte vorrei addirittura riprenderti con una videocamera, non mi importa se adesso pesi poco più di trenta chili ed assomigli terribilmente alla nonna. Ho paura che un giorno il tempo possa avere il sopravvento sulla mia memoria - in effetti molto probabilmente sarà così – e magari ricorderò di te solo qualche tratto del viso che osservavo da piccolo con così tanta attenzione. Impazzivo per il tuo naso quando ero piccolo, te l’ho mai detto? Ho imparato dopo dieci anni sul trattato di anatomia che il profilo del tuo naso è un profilo greco, la sua linea è in perfetta continuità con la fronte, e io ignaro delle simmetrie ne ammiravo stupito la linearità.

Questo è uno dei motivi per cui non potevo non guardarti fisso quando mi parlavi, e il più delle volte non riuscivo a trattenere il sorriso, quando urlavi e ti disperavi per le mie bravate: poiché in quei momenti la linearità subiva qualche temporanea modifica, avevi un modo strano di arricciare il naso quando eri nervosa e ogni volta speravo che la ramanzina finisse presto, perché si ristabilisse l’ordine su quel viso. Non immaginavi sarei arrivato addirittura all’università! Adesso non parli molto, che tu sia sveglia o che tu dorma le tue ultime energie sono tutte concentrate a tenere duro e a farti vedere serena. Mi chiedo quando e se hai mai pianto per la tua malattia. Io non ti ho mai vista con gli occhi lucidi, neanche quando per la prima volta vomitasti sangue nella vasca da bagno.

Quella sera con una scusa chiesi a Fabrizio di accompagnarti con papà al pronto soccorso, aspettai con cautela e ben studiata calma che foste andati via e non appena solo , in bagno, esaminai i residui di quel sangue non ancora defluiti sul fondo della vasca. Piansi come non facevo da tempo. I singhiozzi mi provocavano uno spasmo veloce del torace, non riuscivo a controllarmi sebbene mi sforzassi, le lacrime stillavano veloci e leggere. In bocca però non erano amare. Ho pianto solo allora da quando ti sei ammalata. Penso di riuscire a resistere alla tentazione almeno fino a che tu sei qui. So che non vuoi vederci tristi, so che quegli sguardi sin dal mattino sono un modo crudele e perentorio per dirci di essere forti. Certe volte penso che è come se mi ricattassi: il tuo viso asciutto mi impone di mantenermi saldo e di non lasciarmi andare.

Finora sono stato bravo e so che tu lo apprezzi. Ma non ti assicuro niente per il giorno del tuo funerale. Ora come ora non so se tu quel giorno starai a guardarmi con quegli occhi fissi, non so se credere che resterai al mio fianco anche quando non potrò più vederti. A dirti la verità ultimamente i miei rapporti con il Padreterno non sono granchè. Se lo avessi di fronte è probabile che lo prenderei a pugni.

Ora sei a letto, da circa un mese non puoi più muoverti. Mi piace guardarti mentre dormi perché non posso vedere i tuoi occhi che mi guardano fissi e che parlano continuamente. Lo so che tu ci parli di continuo, in silenzio e con dolcezza. Sento il tuo sguardo la mattina non appena apro gli occhi nel mio letto. So che sei già sveglia e con il pensiero stai venendo a portarmi il caffè in stanza. Quando mi affaccio già vestito da quel piccolo fagotto di lenzuola e coperte di lana immobili spuntano i tuoi occhietti vispi e sornioni. Cercano nei miei la complicità. Mi spingi a rispondere a quegli sguardi con un sorriso ammiccante quando sappiamo tutti e due quanto è difficile recitare la propria parte.

[03-02-2007]

 
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