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Bobby

di Emilio Estevez. Con Sharon Stone, Demi Moore, Anthony Hopkins

di Svevo Moltrasio

Giugno 1968: storie di ordinaria quotidianità si alternano all’Hotel Ambassador di Los Angeles, quartier generale di quel Robert Kennedy che si avviava alla candidatura per la Casa Bianca. Purtroppo la storia è spietata e a pagarne le conseguenze, più o meno indirettamente, saranno tutti.

Presentato in anteprima all’ultimo festival di Venezia, BOBBY segna una nuova prova per Emilio Estevez, attore di modesta fama con alle spalle già alcuni trascurabili titoli in qualità di regista. In due ore di racconto Estevez, qui anche attore e sceneggiatore, cerca di tenere le redini di un intrigato andirivieni di personaggi: coppie in crisi, novelli sposi, camerieri, direttori e tanti altri si alternano nei corridoi e nelle camere dell’Hotel Ambassador, nell’arco di due giornate nell’attesa del fresco vincitore delle primarie californiane. Con piccoli accenni quella che viene descritta è un’umanità che abbraccia diverse generazioni, dal pensionato Hopkins ai ventenni Elijah Wood e Lindsay Lohan.

Ad Estevez non manca il coraggio: gestendo al meglio un cast sontuoso, con stile classico alterna le diverse storie, intervallando la fiction con le immagini documentaristiche della campagna elettorale di Kennedy, e con intelligenza accresce l’attesa per il tragico epilogo. Il film contiene fatalmente qualche personaggio più anonimo (pensiamo alla coppia Sheen/Hunt), e costruito in larga parte su duetti vede in questi un’alternanza qualitativa che tocca il vertice in alcuni scontri sociali (il cuoco nero con il cameriere messicano, la star ubriacona con la parrucchiera), in altri casi invece affiora un po’ di maniera (i due anziani durante la partita di scacchi, la lite tra il personaggio dello stesso Estevez e la moglie).

Sebbene la messa in scena non annoveri grandi picchi, la commistione finale tra cronaca e finzione, con l’assassinio di Kennedy e il ferimento di alcuni personaggi, risulta di grande efficacia e lascia trasparire un’amarezza che rafforza lo spessore dell’intera opera. Davvero struggente la sincerità con cui il regista racconta di un popolo tradito e sconfitto proprio in un momento di speranza, e dispiace che in patria il film non sia piaciuto: nonostante qualche nominations ai Golden Globe, agli imminenti Oscar è stato completamente ignorato a favore delle solite furberie di turno (quest’anno, dopo il CRASH della scorsa edizione, pare la volta di BABEL ).

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[27-01-2007]

 
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