Giornale di informazione di Roma - Sabato 16 dicembre 2017
 
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Cronache di reparto
 
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La febbre

Pomeriggio in ambulatorio. Un collega mi chiede di visitare un suo paziente con mal di testa ed una febbre che va e viene da un anno. Dice di non averci capito granchè e vorrebbe un mio parere. Entra un ragazzo di sedici anni, alto, robusto. E’ chiaramente a disagio.

Con lui ci sono i genitori. Lui è un bell’uomo, curato, mi dà l’impressione di quei cinquantenni scapoli alla ricerca di una seconda giovinezza; soprattutto se messo di fianco alla moglie, seno grosso e vita larga accentuata da una gonna nera semplice, capelli tinti in disordine, niente gioielli, niente trucco. E’ lei che mi racconta di Mirko, primo di tre figli.

“Da circa un anno a Mirko viene la febbre almeno una volta a settimana. Dottore, non sappiamo più a chi rivolgerci. Ovviamente per il mal di testa non riesce ad andare a scuola regolarmente e i professori mi hanno avvisata che rischia di perdere l’anno. Non so più a chi dare retta, mio marito lavora fuori e ho pure altri due figli più piccoli.”

La donna è quasi sul punto di piangere ma si trattiene. Io fingo di non accorgermene per darle il tempo di riprendersi. Intanto leggo i risultati degli infiniti accertamenti fatti nel corso di un anno, tutti negativi. Visito Mirko, che continua a evitare di guardarmi negli occhi. Alle mie domande risponde solo con sì e no, non una parola più del dovuto.

Il ragazzo sembra che non abbia niente. Torno a sedermi e li guardo, tutti e tre. Un quadretto singolare. Ma con una nota stonata: il padre. Finora rimasto impassibile e muto.

Mi rivolgo a lui: “Dunque lei lavora fuori…” “Sì, dottore, sono ufficiale di Marina.” risponde ringalluzzito. “.. come si dice…il lavoro è lavoro”.

Un buon medico deve essere oggettivo, lo so, ma a me quest’uomo l’idea del lavoratore stakanovista che si ammazza di sacrifici stando fuori casa per amore e per il bene della famiglia non me la dà per niente. Anzi…

“Ogni quanto torna a casa?” continuo io.

Mirko, che per tutto il tempo ha mantenuto la testa bassa, alza gli occhi e mi lancia uno sguardo arrabbiato. Le guance prima pallide ora sono diventate di fuoco. Come se avessi toccato un tasto dolente. Ci vuole poco a capire che non è arrabbiato con me. Continuo a far finta di niente e attendo la risposta del padre.

“Sono tornato da qualche giorno, mancavo da casa da circa due mesi.” Intanto comincio a farmi un’idea. Vediamo se i conti tornano.

“E mi dica, da quand’è che lavora fuori?” Mirko alza di nuovo gli occhi verso di me, un’occhiata rapida, ma significativa.

E lui, candido: “Da circa una anno eh...Pina, che dici? Tu ti ricordi sempre tutto.”

Con calma raccolgo referti, esami, e altri mille fogli ormai sparsi sulla mia scrivania. Poi, rivolgendomi alla signora Pina: “Stia tranquilla, signora. A me sembra che suo figlio è a posto. Queste febbri andranno via con il tempo. Ho prescritto a Mirko qualcosa per il mal di testa se è proprio forte, per evitare che perda altri giorni di scuola.” Ora tocca al padre: “Lei, invece, cerchi di tornare a casa più spesso, sono sicuro che a Mirko non può che fare bene.”

Avrà capito, quel Peter Pan coi capelli grigi pieni di gelatina? Mirko mi accenna un mezzo sorriso, lo saluto con una pacca sulla spalla. A lui non dico niente, non ce n’è bisogno. Anche se non a parole, abbiamo parlato lo stesso.

[17-01-2007]

 
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