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Chiuse le urne, un punto sul voto

Vince il centrodestra ma l'opposizione non crolla

di Filippo Pazienza

Tra europee, amministrative e ballottaggi, si è chiuso un giugno ricco di spunti sul fronte politico. In mezzo ci sarebbe stato anche il referendum sulla legge elettorale, se solo l'esito del voto non lo avesse bocciato senza appello. Riassumendo per fornire una lettura molto generale (un'interpretazione precisa e puntuale aprirebbe molteplici fronti di analisi), sia la scelta del nuovo Parlamento europeo che il rinnovo di province e comuni ha seguito la stessa logica: ha vinto il centrodestra, con l'opposizione che ha comunque tenuto botta in alcune sfide importanti, restando in linea di galleggiamento soprattutto alle europee. Molto significativo, nella tornata del 6 e 7 giugno, anche il dato emerso al di là dei due partiti maggiori. Adesso, per entrambi i fronti ma anche attorno ad essi, si apre una lunga fase di analisi per preparare il terreno ai futuri appuntamenti (regionali e politiche).

Partiamo con le europee. Il Pdl si è aggiudicato la contesa col 35,25% che vale allo schieramento di Silvio Berlusconi 29 seggi, contro i 22 (21+ quello in quota Svp) conquistati dal Pd a fronte del 26,13% dei consensi. Ottimo il risultato delle due formazioni che orbitano attorno ai due principali schieramenti. La Lega ha raggiunto il 10,20% ottenendo 9 seggi, 2 in più dell'Idv che ha toccato quota 8%. Il risultato di Bossi da un lato e Di Pietro dall'altro, porta così ad un forte riequilibrio in seno ai due poli, con Lega e Idv che vestono i panni di veri e propri aghi della bilancia. Premiata anche la scelta dell'Udc di Casini di tenersi fuori dalla disputa, opzione ripagata con un buon 6,51% che assegna 5 euroseggi agli scudocrociati. Il resto? Lo sbarramento del 4% ha tagliato le gambe a molti. Di particolare rilevanza la scomparsa totale della sinistra più estrema. Rifondazione si è fermata al 3,38%, peggio ancora Sinistra e libertà col 3,12%. Fuori dalla ripartizione anche la Lista Bonino-Pannella (2,42%) e il binomio La Destra-Alleanza di centro, fermo al 2,22%.

Il Pdl vince in tutte e cinque le circoscrizioni, dove il Pd regge solo al Nord-Est (28% contro il 28,1% dell'avversario) cedendo nettamente al Nord-Ovest, al Sud e nelle Isole e perdendo a sorpresa anche nel Centro. Il premier non può però esultare del tutto, ben distante da quella quota del 40% sbandierata come obiettivo principale nelle settimane che hanno preceduto il voto. Male il Pd che indietreggia sia rispetto alle ultime politiche sia in confronto alle europee del 2004 (raffronto meno utile in quanto i due schieramenti si presentarono con una fisionomia del tutto diversa rispetto ad oggi) ma resta al di sopra di quella soglia del 25% che avrebbe significato il k.o personale di Dario Franceschini. Alla fine, allora, i due veri vincitori sono Umberto Bossi e Antonio Di Pietro. Il primo si conferma elemento imprescindibile (con annesse e connesse richieste) dell'alleanza di governo, il secondo punta addirittura a presentarsi come alternativa primaria alla maggioranza e medita di presentare presto il conto al Partito democratico.

Per quanto riguarda le amministrative, il dato numerico è ancora più netto. Erano 62 le province chiamate alle urne, 3 delle quali di nuova costituzione. Si ripartiva da un dato estremamente favorevole al centrosinistra, titolare di 50 amministrazioni contro le 9 del centrodestra. Equilibrio totalmente capovolto alla luce del voto, col Pdl che si è aggiudicato 34 province contro le 28 del centrosinistra. Eclatante il numero delle province strappate dal centrodestra al centrosinistra, 23, mentre nessuna amministrazione è passata nelle mani dello schieramento d'opposizione. Grazie a questo successo, il centrodestra passa in testa anche nel computo totale (considerando cioè anche quelle amministrazioni che non erano interessate dal voto) con 55 province contro le 53 controllate dal centrosinistra.

Stesso discorso o quasi per le comunali. Erano 32 i comuni capoluogo chiamati al voto, con una situazione di partenza che vedeva 27 amministrazioni al centrosinistra e 5 al centrodestra. Le urne hanno rovesciato l'equilibrio di forze col centrosinistra che ha perso per strada 9 comuni, tenendone allora 18, contro i 14 che sono adesso controllati dal centrodestra. Per quanto concerne gli appuntamenti più attesi (sia a livello provinciale che comunale), il Pd ha tenuto bene nelle roccaforti di Firenze, Bologna, Perugia e Padova, aggiudicandosi anche l'importante contesa di Bari (decisiva l'alleanza al ballottaggio con l'Udc). Anche in questo caso, però, lo schieramento di centrosinistra non ha strappato nessuna città al centrodestra che ha invece preso Venezia, Milano e Prato (clamoroso il risultato della cittadina toscana) ai rivali.

In vista del prossimo congresso di ottobre, che deciderà anche le sorti della segreteria, il dato che è emerso dalle urne pone chiaramente la "questione Nord" come elemento principale dell'agenda futura del Pd. La debacle in Lombardia e Veneto (regioni che hanno storicamente un impatto decisivo sulle elezioni politiche) ha acceso il dibattito all'interno del partito. Intanto, è uscito allo scoperto il nome del primo grande ostacolo che Dario Franceschini troverà sulla sua strada. Pierluigi Bersani ha infatti ufficializzato la propria candidatura annunciando per il 1 luglio a Roma il primo appuntamento pubblico. Quella di Bersani si preannuncia come una candidatura più che autorevole alla luce dell'appoggio di Massimo D'Alema, vero e proprio deus ex machina del partito. Altro elemento da valutare è l'ipotesi di intesa con l'Udc, binomio che ha molto ben funzionato in alcuni ballottaggi (vedi Bari) ma che in ottica futura sembra trovare l'opposizione dell'Italia dei valori.

Se il ruolo di Bersani poggia sul filo sottile ma decisivo che lo lega a D'Alema, Franceschini dal suo sito personale rilancia su basi diverse: "Mi candido per portare il Pd nel futuro, per non tornare indietro. Non posso riconsegnare il partito a quelli che c'erano prima di me, molto prima di me - spiega Franceschini -. Non farò nessun accordo di palazzo, nessuno scambio tra big nazionali. La mia proposta politico-programmatica sarà offerta direttamente alla base". Quanto alla possibilità di nuove allenze, chiara la posizione dell'attuale numero 1 del Pd: "Dobbiamo cominciare a lavorare con pazienza e con tenacia per costruire una nuova alleanza non solo per battere la destra ma per governare in modo efficace. scolterò chi ha avuto ruoli di responsabilità nel governo e in politica dal '96 ad oggi ma ho intenzione di investire in una nuova squadra di donne e uomini cresciuti nella militanza: sindaci, amministratori, segretari locali, coordinatori di circolo. Fuori da ogni vecchio schema, fuori da ogni superata appartenenza".

 

[24-06-2009]

 
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