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Le mura megalitiche

Il Complesso del Vittoriano ospita una mostra storica

 Di Manuela Navazio

“Le mura megalitiche. Il Lazio meridionale tra storia e mito”.

Fino all’8 luglio il Complesso del Vittoriano ospita una mostra di carattere storico, artistico e archeologico che vuole far conoscere una grande ricchezza del nostro territorio, le mura poligonali, sconosciuta ai più. Una nuova idea del territorio che la Regione Lazio realizza in questa occasione attraverso il “grande attrattore” delle mura megalitiche con lo scopo di sostenere, valorizzare e promuovere il patrimonio culturale del territorio laziale.

Oltre 100 le opere esposte che ripercorrono e ricreano per la prima volta insieme la storia, il mito, le vicende e le ipotesi archeologiche, le suggestioni esercitate sui viaggiatori dell’Ottocento e non solo, delle mura megalitiche presenti nel Lazio meridionale e precisamente nel territorio del frusinate.

 La riscoperta delle mura poligonali attuata attraverso questa iniziativa costituisce un doveroso attestato di stima e riconoscenza verso un sistema costruttivo che nel suo lungo divenire strutturale ha lasciato, tra luci e ombre, incredibili e significative tracce anche nell’area del frusinate. Le luci sono date dallo splendore delle maestose strutture che ancora oggi, come in un novello “grand tour”, meritano di essere visitate; le ombre derivano soprattutto dalle molte domande che ancora perdurano: è oggi opportuno affrontare le relative argomentazioni per quelle che sono, vale a dire delle problematiche archeologiche e non dei misteri.

 Le mura in opera poligonale sono delle strutture realizzate a secco, senza cioè l’uso di leganti, quali malte o terre argillose, affiancando e sovrapponendo blocchi, detti anche “conci”, di medie e grandi dimensioni, a formare una costruzione megalitica. Comune denominatore doveva essere la coscienza che si andava realizzando una struttura che non era solo una “muratura” ma un vero e proprio “muro”, destinato a ben precise finalità, recinzione urbana, fortificazione, terrazzamento, e quindi “costruito”, pur nella spontaneità, con dei contenuti strutturali e statici necessari, e perciò ripetitivi. Tracciato sul terreno il perimetro urbano, il lavoro doveva essere suddiviso in più lotti affidati a gruppi di maestranze specializzate sia nel taglio che nella messa in opera del pietrame: stiamo parlando, cioè, di una serie di cantieri ante litteram. Selezionate per grandezza e forma le pietre affioranti e staccate dalle pareti del banco calcareo, si procedeva a far arrivare gli altri blocchi al punto prescelto mediante scivolamento su piani inclinati di terra, con l’ausilio di slitte e rulli lignei ed un sapiente uso del cordame.

 La resistenza di costruzioni del genere, realizzate con la tecnica muraria a secco, con blocchi né ingrappati né imperniati né, tantomeno, uniti da leganti cementizi, era demandata esclusivamente alla forza d’inerzia. Quindi, coesione e compressione, sollecitate dal rapporto fra volumetria, sovrapposizione e affiancamento dei blocchi, garantivano staticità e resistenza, soprattutto alle spinte verticali. Con il semplice aiuto di leve lignee si procedeva all’affiancamento dei blocchi sino a realizzare un primo filare della lunghezza prestabilita e poi i successivi ricorrendo via via ad un livellamento e inserendo zeppe lapidee. Filare dopo filare si raggiungeva la quota di vita dell’area urbana: qui l’ultimo tratto del muro era complementato da strutture più snelle, adatte ad essere sagomate per lasciare gli spazi per la difesa con armi da lancio e getto.

L’ingesso è libero.

Orario: dal lunedì al giovedì 9.30 –19.30; venerdì e sabato 9.30 – 23.30; domenica 9.30 – 20.30.

Per informazioni: tel. 06/6780664

[14-06-2009]

 
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