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Dal riso al Sakč

produttori di saké e shochu a Roma.

di Nunzia Castravelli

Quella giapponese è sicuramente una delle cucine più popolari in Italia e nel mondo. Il nostro paese conta più di trecento ristoranti giapponesi, la maggior parte concentrati nelle città di Milano, Torino e Roma. Ma nonostante il boom della raffinata cucina del sol levante, la tipica bevanda giapponese, detta nihonshu o  saké, è ancora poco diffusa e apprezzata in Italia.

E così, con lo scopo di illustrare la lavorazione e le caratteristiche della “bevanda degli dei”, il 16 Aprile alle ore 18.30, presso l’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, in collaborazione con l’Ambasciata giapponese, vi sarà una conferenza dal titolo “Dal riso al sakè”.  Interverranno Koichi Hasegawa, presidente della rinomata attività commerciale Hasegawa saketen, fondata a Tokyo negli anni 60; Iwao Niizawa, produttore di saké  e Takaaki Yotsuya produttore di shochu, alcool di patata..

La parola saké significa semplicemente bevanda alcolica. Essa si ottiene attraverso la fermentazione del riso ed ha un tasso alcolico che varia dai 14 ai 17%, più del vino e della birra. Il Kojiki, una delle opere storiche più antiche del Giappone, traccia le sue origini  al tempo degli dei. Secondo la leggenda, Susanomikoto, fratello della dea del sole Amaterasu, salvò la principessa Kushinada dal Grande Serpente del lago di Yamata preparando otto grandi tini di saké. Incitato il serpente a berlo, dopo averlo fatto ubriacare, lo uccise.

In realtà, molteplici sono le teorie su come questa bevanda sia stata scoperta. Una sostiene che la pratica della fermentazione del riso abbia avuto origine in Cina, lungo il Chang Jiang, attorno al quinto millennio a.C., e sia stata successivamente esportata in Giappone. Un'altra ipotesi fa risalire la fermentazione del saké al Giappone del terzo secolo, con l'avvento della coltivazione del riso in umido. La combinazione di acqua e riso avrebbe portato alla muffa e fermentazione.

Il primo sakè venne chiamato kuchikami no sake o "sake masticato in bocca". Esso veniva prodotto con il riso di un intero villaggio, castagne, miglio, ghiande, e preparato sputando il miscuglio in un tino. Gli enzimi della saliva permisero agli amidi di saccarificare (convertendosi in zucchero). In seguito a questo dolce miscuglio si aggiunse grano appena cotto e così poté fermentarsi in modo naturale. È probabile che questa prima forma di saké avesse un basso contenuto alcolico.

In Giappone, tutte le cerimonie più importanti, religiose e civili, vengono suggellate bevendo un bicchiere di saké: il raggiungimento della maggiore età, il matrimonio (il rito si chiama "san san kudo", tre sorsi tre tazze), una vittoria elettorale, un successo aziendale, la vittoria di un torneo di sumo. In altre occasioni è offerto agli dei, come nel rito jichinsai, prima della costruzione di un edificio. Una delle caratteristiche più apprezzate di questa bevanda è che la si può gustare in tre diverse condizioni termiche ( freddo, tiepido, caldo) alle quali corrisponde un’ampia gamma di profumi e sapori.

Oltre al saké, alla conferenza verrà presentato anche lo shochu, distillato di riso  che utilizza come ingredienti anche la patata ed  il grano. Con una gradazione che varia dai 25 ai 45°, lo shochu è prodotto principalmente nel sud del Giappone. Pur essendo un distillato  accompagna i pasti dei giapponesi allo stesso modo del vino.

Al termine della conferenza il pubblico avrà la possibilità di degustare i migliori prodotti degli undici espositori di saké e shochu presenti in sala.

DAL RISO AL SAKE

16 APRILE 2009 ore 18.30

Istituto Giapponese di Cultura- Roma

Via A.Gramsci 74, tel 06 3224794-54

www.jfroma.it  info@jfroma.it  lapalorcia@jfroma.it

Ingresso Libero

[14-04-2009]

 
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