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Terremoto nel Pd, finisce l'era Veltroni

La sconfitta in Sardegna porta alle dimissioni del segretario, testimone a Franceschini

di Filippo Pazienza

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la clamorosa disfatta in Sardegna. In mezzo, la sconfitta alle politiche dell'anno scorso e soprattutto il fallimento di un progetto unitario che sembrava essere nato sotto i migliori auspici ma che si è poi rivelato debole e inconcludente. Nella mattinata di martedì 17 febbraio Walter Veltroni ha rassegnato le proprie dimissioni da segretario del Partito democratico, scelta poi confermata nel pomeriggio dopo un vertice fiume con gli altri big del partito. Fatali all'ex sindaco di Roma sono state le bocciature ricevute dai cittadini, ma in prima battuta è chiaro che qualcosa non abbia funzionato nella politica di rilancio della sinistra italiana. Una situazione di stallo che invece di proiettarlo verso una nuova era, non ha fatto altro che far cadere il Pd nelle contraddizioni interne che avevano segnato anche l'Ulivo.

"Basta farsi del male, mi dimetto per salvaguardare il progetto al quale ho sempre creduto. Spesso mi sono ritrovato col bastone tra le ruote". Queste le parole usate da Veltroni per spiegare i perchè di un passo che in un primo momento era stato rifiutato dal coordinamento politico del partito che aveva rispedito al mittente le dimissioni dell'ex segretario. Poi, di fronte alla ferma volontà del 53enne giornalista romano, la decisione di accettare e voltare pagina. Il k.o del candidato del Pd in Sardegna, Renato Soru, per quanto pesante (e giunto a seguito di quello alle politiche dell'anno scorso e alle regionali abruzzesi) è stato solo l'ennesimo campanello d'allarme, certamente non la causa scatenante. Le vere ragioni del fallimento di quel "Yes we can" che aveva infiammato le piazze risiedono altrove.

Una di esse è sicuramente la cronica difficoltà a compattare un'opposizione che sembra stare in piedi più in nome dell'antiberlusconismo che di una reale e solida comunione d'intenti politici. Indipendentemente dalla sua certa liceità, è chiaro e dimostrato nel tempo che la tattica del "tutti contro uno" non paga. Altro punto debole si è rivelato il contrasto interno con l'Idv di Di Pietro che approfittando della defaillance di Veltroni e soci ha aumentato un po' ovunque i suoi consensi creando una certa confusione. Terzo nervo scoperto è eredità del patto, per certi versi "forzato", tra Margherita e Ds che aveva portato alla nascita del nuovo soggetto politico. Le due anime, più filocattolica la prima, di stampo laico la seconda, arrivano a volte a cozzare l'una contro l'altra come dimostrato dagli sviluppi del recente "caso Englaro". Infine, un approfondimento lo meriterebbe anche quel "bastone tra le ruote" cui ha fatto riferimento lo stesso veltroni.

Difficile affermarlo senza "prove" concrete, ma non sono pochi coloro che sostengono che il rapporto tra Veltroni e D'Alema non sia mai stato idilliaco e continui a non esserlo. Commentando le difficoltà del partito, l'ex Presidente del Consiglio ha parlato di "rapporto taumaturgico tra il leader e le masse che ha creato un movimento ircocervo. Ora servono decisioni chiare e condivise, senza uno strappo tra il vertice e la base". Al di là delle ragioni della disfatta, comunque, il dado è ormai tratto e la pagina voltata. Come? Il coordinamento del partito si è ritrovato davanti ad un bivio: dare la parole ai cittadini con un'edizione bis delle primarie che avevano all'epoca premiato Veltroni oppure procedere internamente con l'elezione di un nuovo segretario.

Alla fine ha prevalso la seconda scelta. Due i candidati alla poltrona di segretario. Dario Franceschini, il preferito dai vertici, e Arturo Parisi spinto dalla base. Il verdetto è stato netto, con l'Assemblea nazionale che ha voluto il primo con 1047 voti contro i 92 dell'avversario. Numeri chiari, sintomo di un cambio di rotta sul quale ci sono stati pochi dubbi. Da valutare adesso la capacità dell'ex margheritino di andare ben oltre quel ruolo di "traghettatore" che gli esperti gli attribuiscono. Una sorta di soluzione ponte per guidare il partito verso le prossime europee nelle quali l'opposizione non può permettersi un'altra debacle come quelle recenti. Lui, Franceschini, ci crede. "Oggi inizia davvero la stagione dell'unità. Siamo entrati con uno stato d'animo e ne usciamo con uno diverso. E' tornata la fiducia, l'ottimismo e la vogla di combattere", questo lo stato d'animo a caldo nel neo segretario.

Di tempo da perdere ce n'è poco e lo stesso Franceschini si è subito rimboccato le maniche. Tornando al rapporto tra il segretario di turno e le teste pensanti del partito, il nuovo leader non ha dubbi: "Non farò nessuna trattativa con nessuno, sceglierò io e chi batte le mani adesso poi non venga a chiedere di nominare nessuno. Ascolterò le personalità del partito perché c'è esperienze della loro saggezza e della loro personalità ma non le coinvolgerò nelle decisioni perchè lì c'è bisogno di freschezza ed energia". Il primo risultato è stato l'azzeramento del "governo ombra" e la nascita di una segreteria composta da 9 membri: Vasco Errani, Sergio Chiamparino, Fabio Melilli, Mabrizio Martina, Elisa Meloni, Federica Mogherini, Giuseppe Lupo e Maurizio Migliavacca (nuovo responsabile dell'Area Organizzativa), oltre ovviamente allo stesso Franceschini.

Nessun intervento invece sui due capigruppo con la conferma di Anna Finocchiaro al Senato e Antonello Soro alla Camera. Le sensazioni, ma siamo ad una fase davvero embrionale del progetto, sembrano indirizzare l'era Franceschini verso il tentativo di giocarsi fino in fondo, e soprattutto a modo suo, le carte a disposizione. Consapevole di una leadership che almeno in partenza lo vede "precario", la nuova guida del Pd vuole dimostrare a tutti (in primis ai suoi alleati) di poter rappresentare quella risposta stabile a Berlusconi che la sinistra cerca ormai da troppo tempo.

[25-02-2009]

 
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