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Italia-Brasile, rottura sul caso Battisti

La mancata estradizione del terrorista continua a suscitare polemiche

di Filippo Pazienza

Il palcoscenico politico delle ultime due settimane ha visto come protagonista assoluto Cesare Battisti. La mancata estradizione dell'ex militante dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) ha scatenato una violenta polemica tra Italia e Brasile portandosi dietro strascichi importanti. Ma chi è Cesare Battisti? E cosa c'entra il Brasile in questa vicenda? Facciamo un passo indietro. Cesare Battisti è uno dei protagonisti degli "anni di piombo", una delle fasi storiche più complesse e ancora ricche di pagine oscure della recente storia politica e sociale del nostro paese. Assieme ad un gruppo di amici, in nome del comune sentire ideologico, Battisti fonda una delle tante formazioni terroristiche della sinistra extraparlamentare dell'epoca, i Proletari Armati per il Comunismo.

Accanto ad altre azioni sovversive, il gruppo finisce nel mirino della giustizia per quattro omicidi perpetrati tra il 1978 e il 1979. Nello stesso anno Battisti viene arrestato ma riesce ad evadere nel 1981 rifugiandosi in un primo momento in Francia continuando poi la propria latitanza in Messico. Nel frattempo viene condannato all'ergastolo dalla magistratura italiana per gli omicidi di cui si è reso protagonista assieme ai suoi compagni e, nel 1990, fa ritorno a Parigi dove si dà alla scrittura come autore di romanzi noir. Nonostante le continue richieste di estradizione, Battisti rimane in Francia godendo della cosiddetta "dottrina Mitterand", ovvero quella prassi seguita in quegli anni dalla magistratura francese la quale, sulla base di alcune dichiarazioni dell'allora presidente, tendeva a negare l'estradizione per coloro che si erano macchiati di "omidici politici" (considerati in un certo senso più "giustificabili" rispetto a quelli meramente sociali) e che nel corso del tempo avevano comunque rinnegato gli anni di militanza. 

Nel 2004 arriva finalmente il benestare a fronte dell'ennesima richiesta di estradizione avanzata dalle autorità italiane. Inizia così una seconda fase della militanza che porta Battisti in Brasile. Proprio in questi giorni, tra l'altro, lo stesso ex terrorista avrebbe ammesso che la sua fuga in Sudamerica sarebbe stata facilitata dalla copertura diretta dei servizi segreti d'Oltralpe, ipotesi tra l'altro prontamente smentita dallo stesso governo transalpino per bocca di Fabien Raynaud, consigliere per Affari europei del presidente Sarkozy. Il 18 marzo del 2007 Battisti viene arrestato a Copacabana e al fermo fa seguito la richiesta di estradizione delle autorità italiane che intendono riportarlo in patria per dare esecuzione alla condanna all'ergastolo. A questo punto si ritorna ai giorni nostri.

Il 13 gennaio scorso, rovesciando quello che era stato il parere del Comitato nazionale per i rifugiati,  il Ministro della Giustizia brasiliano, Tarso Genro, decide di concedere a Battisti lo status di "rifugiato politico" bloccando di conseguenza il processo di estradizione. In sintesi, avvalendosi di una legge del 1997, Genro intravede gli estremi per "il fondato timore di persecuzione politica" ai danni di Battisti. Dopo che anche il procuratore generale Antonio Fernando de Souza chiede l'archiviazione del processo di estradizione, l'Italia decide di reagire duramente e, dopo aver chiesto chiarimenti ufficiali a Celso Amorim, Ministro degli Esteri brasiliano, decide di richiamare il proprio ambasciatore in Brasile. Inoltre, lo stato italiano ricorre immediatamente alla Corte Suprema brasiliana contro la decisione del Ministero della Giustizia.

Il passo ufficiale, netto e diplomaticamente rilevante, innesca forti tensioni tra i due paesi. Chiamato in causa, il presidente brasiliano Inacio Lula da Silva conferma che "per l'esecutivo la questione è chiusa", lasciando di fatto intendere che a quel punto la pallaa sarebbe passata nelle mani del Tribunale Supremo che il prossimo 2 febbraio si pronuncerà in merito ponendo fine alla delicata diatriba. Il 30 gennaio, il presidente del Tribunale Supremo, Cezar Peluso, riconosce all'Italia il diritto a presenziare con un avvocato al processo che anticiperà il pronunciamento della Corte: "Lo stato richiedente (l'estradizione, ndr), in questo caso l'Italia, è parte in questo processo. Lo stato italiano ha cinque giorni per manifestarsi, incluso per rispondere, volendo, tramite messaggio scritto".

Tra le reazioni più decise alla presa di posizione brasiliana ci sono quelle dei ministri La Russa (Difesa) e Ronchi (Politiche europee) i quali chiedono inutilmente l'intervento della Ue che per bocca del commissario alla Giustizia, Libertà e Sicurezza, Jacques Barrot, ha già dichiarato la propria "non competenza ad intervenire". La frizione tra i due paesi si estende anche all'ambito sportivo, con l'invito rivolto alla Federcalcio di non prendere parte all'amichevole tra le nazionali di Italia e Brasile in programma a Londra il prossimo 10 febbraio. E' di oggi, infine, l'intervento del premier Berlusconi: "La vicenda non deve danneggiare gli eccellenti ed amichevoli rapporti bilaterali tra i due paesi, in tutti i settori di reciproco interesse. L'Italia non lascerà nulla di intentato per ottenere l'estradizione di Battisti nel nostro paese".

 

[30-01-2009]

 
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