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Transamerica

di Duncan Tucker. Con Felicity Huffman

Ad un passo dal definitivo cambio di vita, il transessuale Bree riceve un' inaspettata telefonata da un presunto figlio avuto diciassette anni prima. Costretto dalla psicoanalista, Bree intraprende un lungo viaggio insieme al ragazzo che tra reminiscenze del passato e aspirazioni future, complicherà nel bene e nel male la vita del protagonista.

Piccolo caso in patria dove ha ottenuto grandi consensi ed è in lizza anche per alcuni Oscar, TRANSAMERICA ha tutti i requisiti di un certo cinema d' autore a basso costo statunitense, strutturato sul consueto road movie con personaggi e realtà provinciali che lentamente si affacciano nel percorso dei protagonisti che a fine viaggio subiscono uno sviluppo psicologico.

Sia l'incipit del film, con l'improvvisa telefonata del figlio proprio a pochi giorni dall'operazione definitiva di Bree e relativa partenza del protagonista verso il ragazzo, che tutta la prima parte, ovvero quella effettivamente sulla strada con il turbolento viaggio dei due, sono le cose meno buone di questo lavoro diretto da Duncan Tucker, piene di luoghi comuni del genere, con ragazzo turbolento, hippy dal doppio volto, indiani saggi e buoni, e con le inevitabili rivelazioni psicologiche dei personaggi. Il punto d' arrivo del viaggio, ovvero la casa dei genitori di Bree da anni senza notizie del figlio, contiene, sebbene senza grandi momenti, i risvolti più interessanti di un film che però non riesce a dosare gli ingredienti e si diverte eccessivamente in un accumulo di situazioni e rivelazioni che alla lunga rischiano di lasciare indifferenti.

Di spessore invece il tratteggio del protagonista, cui Felicity Huffman dà vita con grande sensibilità, unico elemento davvero originale del film: un transessuale lontano da tutti gli stereotipi, introverso e maturo, con una perenne maschera in volto di dolore e fiducia. Arricchito con toni spesso languidi, altre volte di commedia brillante, lavorato sui primi piani dei protagonisti, TRANSAMERICA non riesce ad elaborare una vera tensione drammatica. E se l'operazione finale di Bree porta lo spettatore sempre più a fraternizzare con questo ben sfaccettato personaggio, viceversa l'incontro finale con il figlio rischia di essere l'ultima di una lunga serie di banalità.

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Svevo Moltrasio

[22-02-2006]

 
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