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Musikanten

di Franco Battiato. Con Alejandro Jodorowsky, Sonia Bergamasco

Due giornalisti tentano di portare a termine un documentario su alcuni personaggi non particolarmente noti ma intellettualmente facoltosi: l'organizzazione del lavoro e la ricerca sul campo, li porta a contatto con affascinanti realtà e in curiosi stati d' ipnosi con tanto di grandi incontri, su tutti quello con Ludwing van Beethoven.

Difficile raccontare la trama della seconda opera di Franco Battiato, apprezzato cantautore che, come già avvenuto al collega Luciano Ligabue, bissa l'esperienza cinematografica. Coadiuvato dal sempre fedele Manlio Sgalambro, l'autore siciliano ritenta la strada del cinema con un' opera non certo facile, accolta con fischi e risa all'ultima mostra del cinema di Venezia.

MUSIKANTEN si svolge tramite una narrazione caotica, spezzata in due grossi tronconi: il primo, con l'organizzazione del documentario da parte dei due giornalisti, in cui lo spettatore segue con un certo distacco i viaggi e gli incontri che i due personaggi scoprono strada facendo, con una struttura più che altro televisiva e dove i brevi momenti di scrittura cinematografica, come i dialoghi nel salotto con argomentazioni varie, risaltano pesantemente l'inesperienza del regista; finché il film prende una strada inaspettata, raccontando gli ultimi due anni di vita del musicista Beethoven, rievocati in uno stato d' ipnosi in cui versa la giornalista, e dove spicca la simpatica interpretazione del maestro ormai sordo da parte di Alejandro Jodorowsky. Le angosce fisiche e mentali del musicista sono descritte tramite gli incontri nei tipici salottini Ottocenteschi, alternati a brevi esterni e cadenzati dalla voce narrante dello stesso Manlio Sgalambro.

Andando al di là del disinteresse che il regista palesa verso qualsiasi regola grammaticale cinematografica, quel che appesantisce ancor più MUSIKANTEN è la sensazione che l'autore non abbia in testa un pubblico cui destinare l'operazione, portando avanti un cinema senza passato e senza futuro, che non chiede la partecipazione del pubblico né tanto meno permette una facile lettura. Manca completamente l'ironia che nel campo musicale alleggerisce i testi spesso contorti del cantautore, ed anzi nel film il sorriso è spesso procurato da situazioni che probabilmente ambivano ad altri risultati, in primis l'ultimo segmento del film con il delirante monologo davanti alla televisione cui assistono i due giornalisti.

Non ci si improvvisa autori cinematografici, e se la musica e alcuni scenari possono salvare solo parzialmente la visione, quando si cerca di tirare le somme e di far parlare concretamente i personaggi, muovendo la storia, si rischia di incorrere in figuracce di cui era ancor più farcito il precedente PERDUTO AMOR.

*1/2

Svevo Moltrasio

[23-04-2006]

 
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