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Todo Modo

Al Quirino Paolo Ferrari e Giuseppe Pambieri

Paolo Ferrari e Giuseppe Pambieri Di Giuseppe Duca

Un ritmo incalzante come incandescente è la materia di cui tratta “Todo Modo”, un’impietosa denuncia dei mali che affliggono la società italiana. Così  conducono un gioco sottile in scena, serrato come un’indagine pubblica, efferato come uno scontro tra titani. La corruzione, la schizofrenia del potere e, ancor di più, una dilagante, inarrestabile mancanza di idee e principi sono protagonisti di questo romanzo gotico, degno della più alta letteratura russa. Arriva al Quirino il testo che, adattato oggi da Matteo Collura, fu scritto nel 1974 da Leonardo Sciascia come un poliziesco “al contrario” nel quale la società, già imperfetta e malata, conteneva prepotente il seme della colpevolezza. Fabrizio Catalano Sciascia è il regista (in collaborazione con Maurizio Marchetti) di questo thriller che prende avvio dalla letteratura certamente, ma anche dal cinema, quello d’impegno civile di Elio Petri, per trasfigurarsi, in palcoscenico, come l’opera dell’ingiustizia, in un clima dove il colpevole potrebbe essere chiunque.

Sono gli esercizi spirituali nell’eremo di Zafer a riunire, ogni anno, importanti uomini politici, industriali e clero. Alcuni di loro scompaiono misteriosamente e parte l’inchiesta che ha come unico risultato: nessuna vittima, tutti colpevoli. Il ritratto grottesco di una casta che per troppa ingordigia si precipita verso l’autodistruzione, si lega all’antagonismo di due figure emblematiche: Don Gaetano, prelato di inquietante e demoniaco carisma e Diego Rogas, pittore ed io-narrante, ospite casuale dell’albergo-eremo ma non della storia, poiché nella sua figura si stempera e compie nella presenza dello scrittore.

Le scene sono di Francesco Scandale, i costumi di Francesca Cannavò e le musiche di Germano Mazzocchetti.

[25-11-2008]

 
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