Giornale di informazione di Roma - Lunedi 11 dicembre 2017
 
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Serve un trauma per aiutarci a cambiare?

Spesso mi rendo conto che si cambia solo dopo un trauma; come se qualcuno o qualcosa ci svegliasse dal nostro letargo e ci riportasse all’improvviso nel mondo reale.

Sarà purtroppo capitato a tutti, almeno una volta, di vivere un’esperienza traumatica come la morte di una persona cara, una grave malattia in famiglia, essere scampati ad un incidente, perdere il proprio posto di lavoro e così via… e sentire in quel preciso momento nel profondo della nostra anima, una tale forza che ci fa sentire quasi immortali e pronti a tutto senza né paura e né incertezze.

Ma perché dobbiamo arrivare a questo punto? Perché aspettare le avversità per capire quello che è meglio per noi e cambiare la nostra vita?

Credo che ogni tanto dovremmo fermarci a riflettere su quello che dovremmo fare per migliorarci, perché lo si può fare ogni giorno gradualmente. Non è mai bene arrivare al punto in cui, a seguito di un trauma, ci penalizziamo con rimproveri e rimpianti per non essere stati capaci di capire prima quello che era migliore per noi. Perché il dolore o il dispiacere ci aiutano a sentirci vivi e darci lo stimolo per cambiare? Non siamo vivi anche prima? Probabilmente questo succede perché non ci fermiamo mai a riflettere. Viviamo la nostra vita come se fossimo attaccati ad una ruota, proprio come quella del lunapark. Giro dopo giro, vicissitudine dopo vicissitudine, alla fine perdiamo sempre di vista chi siamo veramente e soprattutto dove vogliamo arrivare. Le situazioni si accavallano e giro dopo giro le nostre idee si confondono e quando il giro finisce ci sentiamo persi.

Ci troviamo a cambiare tante volte lavoro, interessi, hobby, sport, addirittura fidanzati non perché crediamo che sia la cosa migliore per noi, ma solo per noia, per rincorrere la moda o perché è la cosa più semplice. Ci dimentichiamo di quello che è importante e lasciamo che agenti esterni ci allontanino dagli obbiettivi che ci eravamo prefissi.

Sempre più raramente mi capita di ascoltare ragazzi che alle medie o alle superiori sanno già quello che vogliono fare da grandi. Era così anche per la generazione dei nostri genitori? Ho come l’impressione che loro sin da piccoli avessero le idée più chiare di noi e che non gli servisse di certo un trauma per affrontare un cambiamento.

A cosa dobbiamo questa differenza? Manca il coraggio di buttarsi verso nuove avventure o è solo la paura che le nostre scelte siano irreversibili?

Non dobbiamo perdere di vista che tutti possiamo ricrederci su quello che stiamo facendo. O perché abbiamo sbagliato nelle nostre scelte oppure perché con la crescita e lo sviluppo può capitare di guardare il mondo con occhi diversi. Non dobbiamo avere paura di cambiare percorso e seguire nuovi stimoli; l’importante è essere convinti del cambiamento e soprattutto essere consapevoli di ciò che stiamo abbandonando.

Troviamo gente invece, che principalmente si tiene stretto ciò che ha, difende i suoi privilegi e pensa che le cose miglioreranno da sole. C’è invece anche chi quando le cose vanno veramente a rotoli, spera in un miracolo. La maggior parte delle volte il miracolo non arriva e il più delle volte non c’è il lieto fine. C’è chi si illude che toccando il fondo si trovi lo slancio per riemergere, sperando che la rinascita sarà migliore della precedente vita. Questa purtroppo è solo un’illusione perché anche nel momento della sofferenza in cui tutto ci sembra improvvisamente più chiaro manchiamo di lucidità e rischiamo di prendere decisioni affrettate che potremmo poi rimpiangere. Poi che succede: dobbiamo aspettare un altro evento traumatico per cambiare nuovamente direzione? 

scivete a: alessandrascortichini@yahoo.it

[13-10-2008]

 
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