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Mostra di Giovanni Bellini

fino all'11 gennaio alle scuderie del Quirinale

Di Manuela Navazio
 
Dopo sessant'anni tornano in una grande mostra i capolavori di Giovanni Bellini. Alle Scuderie del Quirinale i tre quarti della produzione certa del maestro veneziano, tra cui le imponenti pale d'altare, come “Il Battesimo di Cristo di Vicenza” e “La Pala di Pesaro” (che apre il percorso espositivo e sarà straordinariamente ricongiunta con la cimasa originaria prestata dai Musei Vaticani), le serie complete dei Crocifissi e le Pietà, i ritratti e le Madonne, ma anche le sorprendenti allegorie e mitologie, con opere quali “La Continenza di Scipione”, un fregio di oltre tre metri che simula il marmo, mai uscito prima dalla National Gallery di Washington.

L'esposizione rappresenta una vera e propria sfida per i curatori Mauro Lucco e Giovanni C.F. Villa, in quanto le opere del pittore rinascimentale sono nella maggior parte dei casi fragilissime tavole, concesse in prestito molto raramente dalle più importanti collezioni internazionali che le custodiscono. Per cui l'esposizione di queste 60 opere costituisce un risultato eccezionale, che permette di ridefinire, finalmente dopo molti decenni, il contributo rivoluzionario della pittura di Bellini all'arte a cavallo tra '400 e '500.

Prima Bizantino e gotico, come scrisse lo storico dell'arte Roberto Longhi, poi mantegnesco e padovano, quindi "sulle tracce di Piero e di Antonello", Giovanni Bellini, detto il Giambellino (1430-1516), fu un artista in grado di mutare continuamente, diventando per oltre 60 anni il vero e proprio fulcro del rinnovamento del linguaggio espressivo in cui Venezia nel '500 arrivò a primeggiare nel mondo.  A proposito di Bellini, che pure ha dovuto subire continui e svantaggiati confronti con i suoi più celebrati contemporanei, si parla dunque della prima unificazione linguistica "nazionale", attraverso un'arte di intrinseca bellezza e comprensibile a tutti. "Il Giambellino all'altezza della “Pala di Pesaro” rappresenta il punto zenitale della pittura italiana. Dopo, solo Raffaello della “Scuola di Atene” e della “Messa di Bolsena”, Giorgione della “Pala di Castelfranco” e Tiziano, fra i Baccanali e “L'Assunzione di Santa Maria Gloriosa dei Frari”, sapranno essere altrettanto grandi.

Meno archeologico di Mantegna (di cui sposò la sorella), maestoso quanto Piero, Bellini è considerato l'inarrivabile inventore della rappresentazione dei sentimenti e della natura, capace di una pittura in cui la figura umana si immerge totalmente nello spazio circostante, per arrivare a espressioni di struggente e soave poesia.  

Come già era accaduto per la memorabile mostra dedicata nel 2006 al genio di Antonello da Messina, le Scuderie presentano un'esposizione dai forti connotati scientifici. Se la lunga carriera di Giovanni Bellini è relativamente ben documentata nella parte finale (dopo il 1500), lo stesso non si può dire per la fase iniziale. Le scelte dei curatori Lucco e Villa, la collaborazione dell'Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma e l'Opificio delle Pietre Dure di Firenze hanno infatti permesso una revisione attenta delle opere e della cronologia del pittore veneziano. Un percorso che si snoda dunque attraverso capolavori assoluti, ma su basi squisitamente filologiche. A partire dalla più antica opera datata, la “Madonna degli Alberetti”, segnata 1487, quando Bellini era ormai più che cinquantenne, fino all'”Ebrezza di Noé”, una sorta di testamento spirituale del grande pittore veneziano.

La mostra chiuderà i battenti il prossimo 11 gennaio.

Informazioni, prenotazioni, visite guidate per le scuole Tel. 06 39967200

[30-09-2008]

 
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