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Black House

di Terra Shin. Con Hwang Jung-min, Jung In-gi

di Narda Liotine

Al suo primo giorno di lavoro da assicuratore Jeon Jun-ho riceve la strana telefonata di una donna che richiede informazioni circa la possibilità di riscuotere il premio assicurativo in caso di suicidio. Incuriosito dalla richiesta Jun-ho raggiunge l’abitazione della cliente e scopre il cadavere impiccato del figlio che fa riaffiorare in lui il senso di colpa per suo fratello morto suicida molti anni prima. Dubitando della buona fede del patrigno del bambino e temendo per la vita della donna decide di bloccare la polizza e rivolgersi alla polizia, ma una trappola fatta di minacce, ritorsioni e terrore è in serbo per lui.

E’ la seconda volta che il romanzo del celebre scrittore Yûsuke Kishi ispira una trasposizione cinematografica. Quella del 1999 del giapponese Yoshimitsu Morita non aveva particolarmente convinto i produttori e lo scrittore, nonostante alcune trovate di indubbio valore artistico, e si era deciso di affidare lo script alla CJ per una versione coreana. Ma nella traduzione buona parte della sceneggiatura originale è stata trascurata per dare spazio a impennate di violenza visiva e accenni al passato tormentato del protagonista che ne determinino la natura compassionevole.

A quasi un decennio di distanza dall’originale quella che era una storia complicata di follia psicologica diviene un anonimo intreccio da psycho-thriller dove solo la caratterizzazione sapiente di Jeong-min Hwang (A BITTERSWEET LIFE) e l’eccellente fotografia, che si fa livida nella “casa nera” del titolo, riescono a salvare le sorti del progetto che rischiava di naufragare tra i frequenti eccessi ematici tipici dell’horror hollywoodiano.

Il macabro però non prende il sopravvento come si potrebbe immaginare e la folle insensibilità dello psicopatico non viene caricata di disumana malignità ma rimane l’esito di una patologia. Così l’horror orientale, che da due decenni fornisce idee e linfa vitale a quello americano, finisce per rimanerne tristemente invaghito e il lungo finale claustrofobico nel mattatoio dello psicopatico intende più impressionare gli occhi che atterrire sul serio indagando le ragioni del male.

*1/2

[29-07-2008]

 
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