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La Lupa e la Sfinge

mostra a Castel Sant'Angelo

di Nicola Navazio
 
 “La Lupa e la Sfinge”
è il titolo della mostra che si è aperta in questi giorni a Castel Sant'Angelo raccontando i due millenni di fascino esercitati sull'Occidente dalla cultura nata sulle rive del Nilo. L’allestimento propone preziosi reperti provenienti dai maggiori musei italiani e stranieri, tra cui la “Mensa Isiaca”, che torna a Roma dopo 500 anni, l'”Antinoo” della Collezione Farnese e i marmi di Villa Adriana di Tivoli, raffiguranti le personificazioni del Tevere e del Nilo.

L'importante esposizione nasce da un progetto di Eugenio Lo Sardo ed è stata curata da Manuela Gianandrea, Elisabetta Interdonato, Federica Papi, che hanno selezionato le opere per offrire ai visitatori una sintesi del fenomeno dell'egittomania attraverso i secoli. Un elemento che, partendo da Roma ha stregato l'Occidente e che la mostra indaga almeno fino al XIX secolo, quando, con la scoperta della “Stele di Rosetta”, furono finalmente decifrati i geroglifici permettendo così all'Egitto di tornare ad essere storia.

I primi rapporti, di natura economica e politica, tra la Città Eterna e la civiltà nilota risalgono al III secolo a.C., ma l'influenza a tutto campo si manifesta più tardi, in età tolemaica e quindi mediata dalla cultura greca. La stessa Cleopatra non vestiva più panni egizi, se non nelle raffigurazioni ufficiali e in realtà era una regina macedone. Certo è che alla presenza della sovrana a Roma per due anni, al seguito di Cesare, e al suo successivo, tragico legame con Antonio, si deve il consolidarsi delle influenze religiose, elemento fondamentale del rapporto tra l'occidente e l'Egitto, tanto che, in età imperiale, sul Campidoglio era stato edificato un tempio di Iside. Comunque, anche l'importazione dei culti isiaci arrivarono nell'urbe filtrati dai greci di Alessandria.

La prima sala della mostra illustra questa prima fase delle relazioni tra le due civiltà, ancora in bilico tra storia e mito, ma con usanze che dalle rive del Nilo si affermano nella città eterna, a cominciare dall'adozione del doppio ritratto. Allestiti quelli di Domiziano in veste di faraone e di Nerone affiancato da una figura in vesti isiache, detta “Diade di Nerone”.

Mentre i marmi di Villa Adriana a Tivoli testimoniano la passione di Adriano per l'Egitto e l'”Antinoo Farnese” la tragedia del giovinetto amato dall'imperatore e morto nelle acque del Nilo. La mania egittizzante è così forte che attraversa il Medioevo e risorge nel Rinascimento, soggiogando la cultura del tempo. Ecco dunque la “Mensa Isiaca”, che torna nella capitale (dall'Egizio di Torino) per la prima volta dopo cinque secoli. La tavola in bronzo, intagliata in argento, ispirò letterati e artisti, che erano attratti soprattutto dai geroglifici. Nel tentativo di decifrarli nel '500 ne davano le interpretazioni più bizzarre. Si prosegue con i disegni attribuiti a Pintoricchio, che decorò le stanze Borgia in Vaticano assecondando l'egittomania del pontefice, e la descrizione degli obelischi che ormai abbellivano Roma.

[19-07-2008]

 
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