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Savage Grace

di Tom Kalin. Con Julianne Moore, Stephen Dillane, Eddie Redmayne

di Narda Liotine

Grazie al suo fascino una donna di media estrazione, Barbara Daly, riesce ad impalmare il ricco ereditiere Brooks Baekeland. I ripetuti tentativi compiuti dalla donna di adeguarsi all’ambiente raffinato frequentato dal marito la conducono in uno stato di esasperazione e mania che influenzerà il suo rapporto con l’unico figlio della coppia, Tony. Abbandonata dal marito vagherà da una città all’altra sempre accompagnata dal figlio, a cui è legata morbosamente, fino al tragico epilogo.

A quindici anni da SWOON Kailin torna al lungometraggio con un’altra storia torbida d’omicidio attinta dalle cronache del passato e senza abbandonare la tematica omosessuale, che in questo caso rimane, però, in secondo piano, la storia (vera) si dipana per i sentieri delle ossessioni, quelle della famiglia Baekeland lungo gli anni che vanno dal 1946 al 1972, attraverso il mutamento di costumi e ambientazioni e l’imbarbarimento sgraziato dei rapporti umani all’interno dello stesso nucleo familiare.

Nei panni della volubile e folle Barbara, la quattro volte candidata al premio oscar Julianne Moore garantisce un’interpretazione mai sopra le righe che consente al suo personaggio di assurgere ai gradini della perfezione con la forza singolare e spasmodica che la caratterizzano dai tempi di VANYA SULLA 42° STRADA. Nell’economia del film la presenza dell’attrice è necessaria perché si possa parlare di un disastro mancato; infatti la voce narrante del giovane Tony diventa presto molesta nella sua inservibilità mentre la perizia di costumi e ambientazioni avvicinano il progetto più alle pagine patinate di una rivista di moda che ad un film in costume.

La narrazione e i personaggi, a tal punto inconsistenti e caricaturali da sembrare posticci, rendono la catena morbosità-incesto-matricidio sempre più pesante. Alla fine non si comprende cosa Kalin abbia voluto fare della storia, quali fossero le reali intenzioni di quello che appare come un indistinto e sensazionalistico ritratto a tinte fosche dell’alta-borghesia.

*1/2

[19-07-2008]

 
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