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Il Divo

di Paolo Sorrentino. Con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Carlo Buccirosso

di Svevo Moltrasio

Il divo è Giulio Andreotti, curvo, calmo, sempre con la battuta pronta e tagliente, vive impassibile la sua vita e quella del suo paese. Al suo fianco si alternano colleghi di lavoro, segretarie, donne affascinanti, mafiosi e giornalisti. Unica costante la moglie Livia.

A due anni dal mediocre L’AMICO DI FAMIGLIA, Paolo Sorrentino torna al cinema con un’opera sceneggiata da solo che ha ottenuto il premio della giuria a Cannes, in un’edizione trionfante per il nostro paese grazie al riconoscimento ottenuto anche da GOMORRA. Il film pone come protagonista uno dei volti più importanti della storia recente italiana: Giulio Andreotti. La narrazione parte dal settimo governo del senatore a vita, verso i primi anni novanta, e arriva fino all’inizio del processo per associazione mafiosa dieci anni dopo, ma tra flash back e didascalie, il film abbraccia più di tre decenni di storia politica. Sorrentino mette in scena tanti degli episodi più eclatanti e dolorosi del nostro paese, dall’omicidio Moro, alla strage di Capaci, passando per Tangentopoli, e sceglie Andreotti come punto di vista in quanto personalità onnipresente.

Come negli altri suoi film, il regista spia il protagonista, pedinandolo in ogni dove, sempre con l’inquadratura ravvicinata in estenuanti primissimi piani nel tentativo di cavare qualche segreto, o, in questo caso, qualche sentimento. Nei corridoi bui della propria abitazione, lungo le vie deserte nell’alba romana, nell’archivio segreto, Sorrentino non abbandona mai la sua creatura, la estremizza, la deforma, ma non ne viene mai a capo. In un mondo in cui la gente comune è ai margini, il mistero e l’ambiguità dell’Andreotti reale rimangono intatti. Ma il regista ne è consapevole e proprio in questo si gioca uno degli aspetti più riusciti del film, grazie anche all’indovinata performance di Toni Servillo. Per la prima volta il virtuosismo di Sorrentino diventa linguaggio e il suo gusto per l’eccesso si fa poetica. In un’opera dall’andatura inevitabilmente discontinua, con ripetute soste e ripartenze che alla lunga affaticano la visione, si contano alcune tra le scene più belle della nostra recente cinematografia: non tanto la strombazzata presentazione in chiave western tarantiniano della squadra andreottiana, bensì d’antologia sono le sequenze sull’elezione al Quirinale, le confessioni dei pentiti di mafia, l’intervista/monologo di Scalfari.

Proprio nei momenti più cupi Sorrentino rende al meglio, quando il grottesco della messa in scena e il linguaggio articolato del montaggio acquisiscono vero spessore. Se appaiono spropositati i riferimenti ad uno stile assolutamente innovativo – si riconoscono al contrario tante influenze oltre che richiami a film precedenti dell’autore – riuscito è il tratteggio dei personaggi e la direzione degli attori: oltre al protagonista, da segnalare Anna Bonaiuto nella signora Andreotti, e soprattutto il Pomicino di Carlo Buccirosso – un vero cult il piano sequenza sul suo ballo alla festa.

 



votanti: 4
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[03-06-2008]

 
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