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Gomorra

di Matteo Garrone. Con Toni Servillo, Gianfelice Imparato, Maria Nazionale

di Svevo Moltrasio

Due ragazzi cercano di farsi strada tra i pericolosi delinquenti della zona; un ragazzino si mette a disposizione di un clan; un industriale si occupa dello smaltimento dei rifiuti inquinando le terre; un ragioniere smista soldi sporchi e un sarto rischia la vita perché in rapporti con i cinesi. Droga, povertà e morti ammazzati, tutto a pochi metri dalle nostre strade.

Presentato in concorso al festival di Cannes - dove ha ottenuto il Gran Premio della Giuria in un'edizione positiva per il nostro cinema con il trionfo anche de IL DIVO - GOMORRA segna il ritorno dietro la macchina da presa per Matteo Garrone a cinque anni dal precedente PRIMO AMORE. Tratto dal bestseller omonimo di Roberto Saviano, il film è sceneggiato da ben sei persone, tra gli altri lo stesso scrittore e il regista. Nell’adattare il romanzo/inchiesta Garrone non è interessato principalmente alle storie – nel film solo cinque - o ai personaggi – visti singolarmente gli episodi perderebbero molto di senso – quel che cerca invece è il sapore, l’atmosfera, e lo fa evitando qualsiasi banalità o scorciatoia: gli ambienti degradati e claustrofobici, non sono mai esasperati più del dovuto, così come il sangue e la tensione; quest’ultima, spesso soppiantata dall’angoscia, narrativamente affiora solo alla fine, nell’unica scena strutturata con un crescendo che toglie il fiato e chiude drammaticamente, per la prima volta letteralmente, le vicende.

Non c’è un punto di vista, è come un reportage di guerra, senza psicologie, tanto che i pochissimi momenti in cui i personaggi cercano una dignità – il giovane collega di Servillo – sembrano come appiccicati senza troppa convinzione. Nella minuziosa descrizione giornaliera i protagonisti sono schiacciati da qualcosa e qualcuno che non prende mai forma né nome, e molti degli avvenimenti, degli obblighi cui devono sottostare i personaggi, non sono chiariti allo spettatore creando la sensazione di essere di fronte ad un’umanità di innocenti. Per questo risultano fuori luogo le didascalie finali sui numeri della camorra, in un atto di didascalica denuncia di cui, per fortuna, il film non soffre. A chiarire che però non siamo di fronte ad una fredda opera documentaristica basterebbe la forza spiazzante della scena in cui il sarto vede il proprio lavoro indossato da Scarlett Johansson.

La critica si è affrettata a gridare al capolavoro anche solo per il tema, ma i paragoni con Scorsese o Altman non hanno senso, perché GOMORRA non lascia spazio allo spettacolo, al fascino, oltrepassa anche la realtà perché isola il crudo dal marcio, senza lasciare nemmeno un barlume di luce nella quotidianità dei personaggi che sembrano muoversi solo in funzione del lavoro sporco e corrotto, in un’ottica di esclusiva sopravvivenza. Per questo, probabilmente, non appassionerà e non riporterà la gente in sala una seconda volta, non raggiungendo quella vastità di pubblico che i grandi narratori sanno abbracciare. Un film enorme ma per un’unica, singola visione.

 



votanti: 1
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[21-05-2008]

 
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