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I Demoni di San Pietroburgo

di Giuliano Montaldo. Con Miki Manojlivic, Roberto Herlitzka, Carolina Crescentini

di Svevo Moltrasio

Messo al corrente di un prossimo attentato contro la famiglia dello Zar, lo scrittore Fjodor Mikhajlovic Dostojevskij cerca di indagare e sedare gli animi. Nel frattempo è costretto a scrivere in breve tempo un nuovo romanzo. Tra sali e scendi, nuovi timori e vecchi traumi, il grande romanziere dovrà fare i conti con la sua storia e quella del suo paese.

Il ritorno al cinema di Giuliano Montaldo, a diciassette anni da IL TEMPO DI UCCIDERE, è prodotto dalla Jean Vigo Italia: I DEMONI DI SAN PIETROBURGO nasce da una vecchia idea del regista Andrej Konchalovski ed è sceneggiato anche dallo stesso Montaldo. In un cast italiano ricco di giovani promesse – la Crescentini, Timi e la Caprioli – e nomi rodati – Herlitzka e la Ceccarelli – il protagonista è il serbo Miki Manojlivic. Tornando nel tumultuoso secondo Ottocento russo, il regista intraprende un racconto decisamente complesso e ambizioso che innalza a protagonista lo scrittore Dostoevskij, pedinato dalla macchina da presa in un intrigo con più piani narrativi.

Difatti la storia si svolge nell’età matura del grande romanziere, quando tartassato dai debiti è costretto a chiudere in pochi giorni un nuovo lavoro – Il Giocatore – occasione che gli permette di conoscere la giovane stenografa sua futura moglie. Nel frattempo i giovani socialisti organizzano sanguinosi attentati contro la famiglia zarista, e il protagonista si ritrova al centro di pericolose macchinazioni. Inoltre i ricordi drammatici di gioventù, con la condanna a morte poi revocata e i lavori forzati in Siberia, riaffiorano in continuazione. Lo scrittore è in continuo affanno, sempre sull’orlo del tracollo, costretto per vie anguste ed infinite scalinate, spesso incapace di capire e farsi capire. Insomma la matassa non è facile da sbrogliare, e Montaldo usa il protagonista come punto di mezzo tra le diverse realtà, cercando i grandi argomenti umani, sociali e storici.

Ma la messa in scena è anonima, con una regia troppo piatta che svuota l’intrigo di qualsiasi fascino e tensione, e il racconto si alterna sui faticosi piani senza trovare mai un vero equilibrio. Anche visivamente il film non attrae e spesso la costruzione delle scene è incerta, soprattutto all’inizio, tanto che si fatica ad appassionarsi. Pur nell’eccessiva verbosità del copione non mancano alcuni momenti interessanti – soprattutto nei duetti tra il protagonista e il capo della polizia interpretato da Herlitzka – ma anche questi, spesso, sono rovinati dalle insopportabili, come ormai abitudine, musiche di Ennio Morricone.

*1/2

[28-04-2008]

 
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