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Fine Pena Mai

di Davide Barletti e Lorenzo Conte. Con Claudio Santamaria, Valentina Cervi

di Narda Liotine

La parabola discendente nella delinquenza di Antonio Perrone che nella Brindisi degli anni ’80 accecato dall’ambizione e dal desiderio di vivere al di sopra delle proprie possibilità passerà dallo spaccio di droga al racket, dalle rapine all’associazione mafiosa con la neonata Sacra Corona Unita. Ma a farlo precipitare rovinosamente giunge la condanna a 49 anni di carcere in regime 41 bis.

La storia narrata in prima persona è effettivamente la (libera) trasposizione cinematografica del romanzo autobiografico Vista d’interni scritto dal boss decaduto durante i 15 anni di isolamento trascorsi in regime di 41 bis. I registi Berletti e Conte sono una buona rappresentanza, il 50% per la precisione, del collettivo indipendente Fluid Video Crew che nel 2003 si era misurato per la prima volta con un lungometraggio per il cinema, Italian Sud-Est, realizzato con una tecnica semidocumentaristica.

Lo spirito quasi antropologico del collettivo sembra però essersi esaurito nella realizzazione di FINE PENA MAI che, pur nella massima libertà d’ispirazione concessa dal protagonista, finisce per trasformarsi in un gangster movie classico con tanto di apoteosi per il criminale, una caratteristica che rimanda, per la forte caratterizzazione dei personaggi e la presenza costante della donna amata, al cinema di genere americano. Ma all’operazione è estraneo il gusto per l’assassinio che ammorba le produzioni d’oltreoceano, soppiantato da una più misurata contemplazione dell’umano anti-istituzionale e delle sue reazioni.

Claudio Santamaria concede un’interpretazione che è un seguito di quella del Dandi di ROMANZO CRIMINALE, mentre Valentina Cervi pare insolitamente ispirata, entrambi baciati dal costante straniamento da stupefacente. Se il dialetto di Perrone sembra quasi ineccepibile, lo stesso non si può dire per quello di Claudia che oscilla tra il siculo ed il calabrese senza trovare la giusta frequenza. Svariati i momenti di ricercato lirismo, espressioni di quella stessa sperimentazione che si concretizza in rallenty da clip spesso inappropriati, ma più che per le pecche da neofita il film soffre di eccessiva reverenza nei confronti di Perrone, l’ennesimo ricorso ad un’idolatria scellerata che sarebbe bene abbandonare.

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[14-03-2008]

 
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