
Nel deserto del Texas, tra cadaveri e cocaina, il cacciatore di antilopi Llewelyn Moss trova una valigia piena di dollari. La sua tranquilla e modesta vita cambia radicalmente quando uno spietato killer seriale, ricercato dalla legge, si mette sulle tracce del malloppo.
Chi credeva che la vena geniale dei Coen si fosse esaurita deve ricredersi, se non per le quattro statuette conquistate agli Academy Awards almeno per il magnifico ritorno alle origini. Il cast è completamente rinnovato, un mutamento giustificato nel passaggio da noir a (western) thriller, e annovera tre dei massimi interpreti del cinema contemporaneo americano, Tommy Lee Jones, Javier Bardem e Josh Brolin. Alla base di quello cha alla prima visione si presenta come un capolavoro c’è l’omonimo romanzo edito nel 2005 del Premio Pulitzer Cormac McCarthy, lo scrittore americano che dai tempi de Il Guardiano del Frutteto osserva i cambiamenti sul confine tra Texas e Messico, lungo il Rio Grande.
Come il riadattamento cinematografico, anche l’originale non lesina scene di efferata violenza, le stesse che riportano alla mente SANGUE FACILE e FARGO. Ma questa volta a causare gli omicidi non è un contorto gioco psicologico o il precipitare degli eventi ma la furia lucida del chiomato personaggio di Bardem, che alla vigilia degli Oscar aveva già fatto incetta di premi in giro per il mondo, il quale bracca e viene braccato, senza successo, da un uomo qualunque e da uno sceriffo profondamente disilluso. Le variabili sono le medesime dai tempi di Anthony Mann e Sam Peckinpah, soldi, violenza, fuga, polvere e dialoghi masticati che nelle mani dei due fratelli, notoriamente dediti al sovvertimento dei generi cinematografici, trovano nuova espressione. In tal modo vittima e carnefice non si incontrano mai e lottano e finiscono per uccidere senza che i loro occhi si incrocino e i dialoghi incisivi e biblici che sono la marca del genere western ritornano qui lievemente ironizzati.
Contemporaneamente si manifesta il gusto per la citazione e, in modo più palese e giocoso, per l’autocitazione di sapore tarantiniano, con rimandi al loro cinema da IL GRANDE LEBOWSKI a ritroso. Ma più di ogni altra cosa stupisce l’assenza assoluta di sentimentalismo, al punto da soffocare qualsiasi richiamo ad esso, che erompe nell’impossibilità di simpatizzare con l’assassino. Il tipo di Chigurh, infatti, incarna la predestinazione del delitto, la sorte che regola le vicende umane e sconvolge le leggi della giustizia affidandosi al lancio di una monetina, una consuetudine a cui è dedicata una scena di forte tensione. Lui è l’inumano indomabile contro cui lo sceriffo Bell, il relitto di un passato tramontato o mai esistito, l’ultimo paladino della legge destinato a vivere da eremita come lo zio a cui chiede consiglio, non può che arrendersi. E’ un vero peccato che l’accento e lo stile recuperati dal texano Tommy Lee Jones così come la nota sinistra nella voce di Javier Bardem siano destinati ad andare perduti nel doppiaggio.

[27-02-2008]
pedro[03-04-2008 14:18:03]
Alcuni vi diranno che è un film sull'ironia della fortuna, altri sulla brutalità del destino, sulla fatalità della morte oppure sulla durezza del west americano. Ma vi assicuro che non è nient'altro che un film sugli stivali. Primo piano degli stivali di Bardem sul linoleum, stivali sulla sabbia riarsa del Texas, stivali insanguinati, stivali indossati solo con accappatoio. È sicuramente un film sulla relazione degli uomini con le loro calzature. È solo una conferma che anche noi uomini siamo vanitosi. Diamo un'occhiata alle prove. Tanto per cominciare gli stivali da cowboy hanno un'abbondanza di dettagli decorativi inutili per chi è fuori a radunare capi di bestiame. Voglio dire: c'è veramente bisogno di inserti in coccodrillo, serpente, ecc.? E potete scommettere un centinaio di dollari che un cowboy che si rispetti tira a lucido i suoi stivali prima di andare a letto. Dopo aver visto il fiml, non siete tentati anche voi di passare dalle vostre ridicole sneakers modaiole made in china, pubblicizzate dal calciatore di turno, ad un paio di magnifici stivali fatti a mano (che in proporzione costano molto meno)?
SVEVO[02-03-2008 18:29:37]
..sarà ma qualcosa non mi convince..la seconda parte, pur molto interessante e coraggiosa, non funziona appieno..il ruolo di Lee Jones ha qualcosa di forzato soprattutto nel modo in cui si intrufola nel film e gli fa prendere una piega un po' predicatoria...forse tutto molto calcolato, ma comunque sbilanciato.
gatto[02-03-2008 15:25:21]
assolutamente d'accordo: nonostante l'indubbia forma di film di genere, è uno dei più disarmanti spaccati sulla contemporaneità e sull'assuefazione alla morte. Cinismo, apatia e indifferenza sono i veri protagonisti di un film che descrive un'apocalisse che procede lenta e insinuante, destinata a fagocitare la nostra umanità. Tecnicamente ineccepibile, magari anche troppo calcolato, ma per una volta l'eccellenza formale è davvero al servizio di sensazioni che scavano nel profondo. Ne parlerei per ore, tanto è complesso, tanto è sfaccettato...
Giampaolo ilBam[29-02-2008 17:15:47]
Complimenti, concordo in pieno con quello che hai scritto. Ottima recensione così come le altre che scrivi. Vai così !





