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Il Petroliere

di Paul Thomas Anderson. Con Daniel Day-Lewis, Paul Dano

di Svevo Moltrasio

Nei primi del Novecento un minatore texano si arricchisce con il petrolio portandosi appresso il piccolo figlio. Testardo e arrivista, solitario e cinico, senza troppe sorprese farà una brutta fine.

A cinque anni di distanza dall’insulso UBRIACO D’AMORE, Paul Thomas Anderson torna al cinema adattando una parte del romanzo Petrolio! di Upton Sinclair. Il film è stato accolto come un capolavoro in patria, con abbondanza di premi tra cui le otto nomination agli oscar, e anche in Europa dove ha ottenuto il riconoscimento per la miglior regia al festival di Berlino.
L’opera è incentrata sulla figura del minatore protagonista che nei primi del Novecento si arricchisce succhiando il petrolio dalla terra, andando spesso a scontrarsi con le comunità locali.

In due ore e mezza abbondanti, Anderson affronta i temi cari al suo paese, quali la famiglia, il lavoro, la ricchezza e la fede, guardando all’ imponente classicità del grande cinema. La prima parte del film è costruita tramite rari dialoghi e si concentra sugli ambienti e il paesaggio messi in contrasto con il protagonista e il suo lavoro. Con un’andatura quasi documentaristica, nell’attesa che il film inizi a tirare le somme, la messa in scena del regista è ostentatamente maestosa, con movimenti di macchina accuratissimi, coadiuvata da una magnifica fotografia di Robert Elswit. Nonostante l’evidente padronanza di Anderson, nessuna scena regala però veri brividi – compresa quella dell’incidente di cui è vittima il bambino – e tutto rischia di apparire come un saggio di regia.

Il peggio però arriva quando il film si accanisce contro il proprio protagonista, seguendolo, anche con ampi salti temporali, in alcuni episodi sempre più pittoreschi, volti ad evidenziarne il temperamento aggressivo e la solitudine. Anderson crede di dare profondità all’opera mettendo in scena qualche battibecco sterile tra il protagonista e alcuni personaggi che dovrebbero rappresentare i temi del film: il predicatore – la spiritualità -, il figlio – la famiglia -, il fratello – gli affetti. Ma tutto rimane in superficie e si sgretola in un finale pacchiano per quanto cupo: Daniel Day-Lewis - al pari della regia, enorme ma mai appassionante - si trasforma in una sorta di cattivo da fumetto con reminiscenze del Nicholson kubrickiano. Ovunque si è ricorso a grandi paragoni: Welles, Hawks, Huston e compagnia, ma in realtà siamo molto più dalle parti dello Scorsese inconcludente di THE AVIATOR. Peccato che in molti ancora si lascino abbindolare dalla forma.

**

[24-02-2008]

 
 
 
 
Commenti
  • Frank Persia[26-02-2008 10:50:08]

    Non credo sia solo un film di forma. Certo la regia è maestosa e molto presente, ma è evidente che il film voglia raccontare altre cose.. Che sia leggermente sopra le righe, questo è lo stile di Anderson. Indubbiamente Day Lewis è l'interprete perfetto per una film del genere. Indubbiamente più da "Oscar" del pur buono (ma non completamente riuscito) film dei Coen.

  • SVEVO[24-02-2008 22:02:06]

    ..la mia non è un'opinione, bensì un'analisi, personale ovviamente :)

  • Rosario[24-02-2008 18:28:21]

    "...nessuna scena regala però veri brividi.." Ovviamente solo opinione personale,vero? Dire che la prima metà del film tenda a non colpisce lo spettatore mi sembra decisamente esagerato; poi se la seconda parte non è all'altezza mica condanna a cancellare tutto quel che c'è di buono nel film. In ogni caso, piaccia o non piaccia, grande interpretazione di Day-Lewis così come Nicholson in "Shining".

 
 
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