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L'Innocenza del Peccato

di Claude Chabrol. Con Ludivine Sagnier, François Berléand

di Narda Liotine

Gabrielle è la ragazza delle previsioni di una emittente locale divisa fra l’amore perverso per un attempato scrittore e le attenzioni morbose di un giovane e ricco psicotico. Questi riuscirà a sposarla ma non ad essere amato dalla ragazza, ancora legata al ricordo dell’amante. La gelosia e l’ossessione porteranno l’uomo a compiere un insano gesto.

Il thriller, presentato fuori concorso durante il 64esimo festival veneziano, giunge a breve distanza da LA COMMEDIA DEL POTERE, la difformità più recente nella filmografia di Chabrol che, tuttavia, non rinunciava alla sua attrice feticcio Isabelle Huppert. Il regista torna alle tematiche che gli sono care, la perversione e la complessità dei rapporti umani, scegliendo nel ruolo della giovane “divisa in due” - come recita il titolo originale - Ludivine Sagnier, già musa sensuale di Ozon.

La sceneggiatura scritta a quattro mani da Chabrol e Cécile Maistre, sua assistente alla regia, riadatta un fatto di cronaca avvenuto nei primi anni del ‘900 per cui l’architetto Stanford White venne assassinato dal milionario che aveva sposato la sua ex-amante e ballerina di Broadway Evelyn Nesbitt, il medesimo delitto che aveva ispirato R. Fleischer ne L’ALTALENA DI VELLUTO ROSSO. Chabrol trasferisce la scena da New York alla campagna lionese e lascia che i caratteri originali vengano ricalcati da altrettanti “mostri” umani: uno scrittore degenerato e simulatore dedito alle più perverse pratiche sessuali, un dandy facoltoso e squilibrato e una ragazza vittima del loro doppio amor fou.

Al contrario di quanto Fleischer aveva fatto nei primi anni ’50, Chabrol non restituisce una mera cronaca dei fatti impregnata di melò ma riesce ad intuirne il potere universale e psicologico. Realizza, in questo modo, un dramma con la scopo ben preciso di mettere a nudo l’ipocrisia borghese occidentale rilevandone le deformità e facendo in modo che il libertinismo caro alla cultura francese vi si insinui. Nonostante il potenziale artistico del canovaccio accresciuto dalla rilettura in chiave modernizzante del regista, la narrazione tarda a coinvolgere o lo fa troppo tardi perché si possa ancora credere nel genio del regista. Rimarchevole, rimane, l’interpretazione di Benoît Magimel tanto superba da riuscire a mettere in ombra la centralità del ruolo di Gabrielle.

**1/2

[21-02-2008]

 
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