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La Famiglia Savage

di Tamara Jenkins. Con Philip Seymour Hoffman, Laura Linney

di Narda Liotine

Wendy lavora come sceneggiatrice in giro per New York ed è legata sentimentalmente ad un uomo sposato; Jon è docente di letteratura tedesca a Buffalo e sogna di dare alle stampe l’ennesimo saggio brechtiano proprio mentre la sua fidanzata sta per essere rimpatriata in Europa. Il già precario equilibrio delle vite dei fratelli Savage sta per essere messo a dura prova dalla notizia delle gravi condizioni del padre, malato di demenza senile. Dover scegliere il posto in cui trascorrerà i suoi ultimi giorni di vita li porterà ad interrogarsi sulle oscure dinamiche degli amori familiari, nelle loro eclissi e ritorni.

Durante gli anni trascorsi al Sundance Institute Tamara Jenkins realizza il suo primo lungometraggio, L’ALTRA FACCIA DI BEVERLY HILLS, che annovera tra gli altri, nel ruolo di produttore esecutivo, nientemeno che Robert Redford. Ma la regista non ha l’incedere frenetico proprio dei colleghi di Hollywood, comincia a lavorare per la televisione e scrive su riviste specialistiche, fino a ritornare, nove anni dopo, con il frutto della sua scelta pressoché ascetica che porta i segni evidenti di una lunga gestazione. Le nomination agli Academy Awards per Laura Linney come miglior attrice protagonista e per la miglior sceneggiatura originale ne sono la testimonianza.

I rapporti familiari, ricongiungimenti o fratture che siano, sono sovente al centro della riflessione cinematografica contemporanea. Non ci sbagliamo se parliamo, anche in questo caso, di dramma familiare, ma commettiamo un grosso errore se pensiamo che si tratti solo questo. L’intelaiatura narrativa montata dalla sceneggiatore-direttore Tamara Jenkins, prevede, infatti, estroflessioni impensate che spaziano da momenti propriamente lirici a lunghi percorsi nell’umanità concreta dei personaggi che subiscono la leggera ed appropriata pressione degli ambienti umidi e inospitali che li circondano.

Un senso di inadeguatezza, quindi, si spande per le maglie del ricongiungimento e funge da legame, da denominatore comune e, in fondo, da forza risolutrice e il frequente rompersi e rinsaldarsi delle relazioni sembra un ammonimento extracinematografico. All’interpretazione brillante di attori in odore di oscar della levatura di Philip Seymour Hoffman e Laura Linney, che donano all’impianto drammatico venature di genuino intimismo, altrimenti sconosciute, si deve il successo delle intenzioni di analisi introspettiva del progetto.

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[29-01-2008]

 
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