Giornale di informazione di Roma - Sabato 16 dicembre 2017
 
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Sentenze sul calcio

niente a che vedere con lo sport

Il problema dell’Italia è che le cose giuste non vengono mai dette nel momento giusto. O meglio non vogliono esser dette nel momento giusto, perché non sempre conviene. Oggi è molto facile, anzi troppo facile aprire bocca e sputare sentenze sul calcio, su ciò che ruota attorno alle tifoserie, su ragazzi che amano lo sport e le maglie per cui tifano. Ieri è stato ucciso, assassinato, un ragazzo, e questa morte, al contrario di quanti sostengono che il calcio è marcio, col calcio non ha proprio nulla a che vedere. Se il sabato sera a S. Lorenzo scoppia una rissa in un pub e un poliziotto spara ad altezza uomo, non penso che il calcio sia il responsabile di quella morte. La rissa da cui è scaturita la morte di Gabriele poteva essere stata causata da qualunque cosa, in qualunque altro momento e luogo, è frequente che questi scontri, verbali e non solo, capitino, ma il fatto dovrebbe finire lì. La cosa sconcertante è, per esempio, che il poliziotto ha fatto partire un colpo che ha attraversato due corsie autostradali e il parcheggio di un autogrill, dopo che i contendenti stavano andando via, e soprattutto dopo aver già sparato l’unico colpo d’avvertimento consentito dal regolamento. Quel proiettile poteva anche colpire un qualunque occupante di una auto che transitava in quel momento.

È colpa forse del campionato? O della Lazio, magari? Non credo, l’unica cosa che si può realmente dire è che ormai gli italiani non vengono tutelati né dalla legge, né dalle forze dell’ordine.

Capitolo media.
Appena la notizia è stata divulgata dall’Ansa sono partite grandi tavole rotonde di giornalisti, esperti di calcio e di sociologia ( a quanto pare), tutti pronti a condannare senza regolare processo un ragazzo definito inizialmente come vandalo. All’inizio si era partiti con due pullman di tifosi che si erano incontrati in autostrada facendo scoppiare una guerra. Da lì un colpo di pistola sarebbe partito da un tifoso juventino freddando un ultras biancoceleste. Le versioni, tutte fantasiose e ricche di elementi inventati, si sono susseguite fino a che non si è venuto a sapere che un agente aveva fatto fuori Gabriele Sandri. E solo allora si è cominciato a tirar fuori le parole “tragico errore”. Non più ultras violenti che si ammazzano fra di loro, ma fatale scherzo del destino. Così ha preso il via il solito noioso discorso, spogliato ormai del vero senso, che il calcio è violento e malato, immorale, che è inammissibile che per una palla accadano cose di questo tipo. E tutti a rinnegare il dio calcio, giornalisti, sportivi, semplici tifosi. L’opinione pubblica vuole questo? Allora avrà questo.

Capitolo Roma.
Dopo che ci si è resi conto di dover fermare la gara dell’Olimpico( magari bisognava farlo anche con le altre, ma le decisioni difficili in Italia non si prendono mai, meglio stare a guardare), è cominciata una guerriglia che è stata classificata, dalla superficiale stampa italiana ( vero specchio di questo Paese), come “follia ultras”. Io andrei oltre, però. Io direi che quello a cui abbiamo assistito ieri è il primo rigurgito di insofferenza che hanno grandi fasce di popolazione nei confronti di uno Stato ingiusto ed egoista, che protegge i criminali veri e punisce i più deboli. Stato che concentra le sue forze contro Ultras, writers, e che invece fa finta di intervenire sul problema immigrati, facendo si che in Italia giungano criminali da tutta Europa perché tanto qui “ti fai una settimana e poi esci”. Non era solo per lo scarso rispetto riservato a Sandri che ieri c’è stata la guerriglia. Anche per quello, ovvio. Ma non solo. L’insofferenza, anche, e soprattutto, tra quei giovani su cui spesso e con eccessiva leggerezza si sputa contro, è palpabile, si respira tutti i giorni. Insofferenza contro un sistema ingiusto che premia i figli di papà, sistema in cui non c’è una straccio di meritocrazia, sistema che criminalizza senza giusta causa e che non concede speranze nel futuro prossimo e remoto. Io direi che anche per questo, sono successi questi fatti a Roma e in Italia, non solo per il calcio, per la fede sportiva ( che a Roma è stata accantonata da tempo per unirsi in lotte sociali contro Stato e forze dell’Ordine), ma per una giustizia che non c’è più, uccisa però, non da un vigliacco colpo di pistola, ma da chi esercita il potere nel Bel Paese.

M.D.L.

[12-11-2007]

 
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