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La giusta distanza

di Carlo Mazzacurati. Con Valentina Lodovini, Giovanni Capovilla, Ahmed Hefiane

di Svevo Moltrasio

L’arrivo di una nuova meastra crea qualche piccolo scompiglio in un paesino di provincia. Molti se ne innamorano e tutti tentano l’approccio. Ad essere contraccambiato è proprio quello che non t’aspetti. Ma attenzione, la tragedia è in agguato.

Dopo una serie di pellicole non troppo fortunate, sia in termini di critica che di pubblico, Carlo Mazzacurati con questo LA GIUSTA DISTANZA, presentato alla recente seconda edizione della Festa del Cinema di Roma, e prodotto dalla Fandango di Procacci, ha ottenuto di nuovo una maggiore attenzione. Nel raccontare le vicende di questa storia, il regista torna a temi e ambienti a lui cari: la provincia veneta scenario di piccole e diverse realtà etniche apparentemente in armonia.

Diciamolo subito, LA GIUSTA DISTANZA rispecchia in pieno una tendenza del nostro cinema che incomincia sempre più ad essere indigesta. Si potrebbe iniziare dal soggetto: ovvero l’arrivo di un nuovo personaggio, oltre tutto una bella ragazza, fa vacillare gli equilibri di una comunità. Non si brilla di certo per originalità. La descrizione della quotidianità di provincia è nelle corde del nostro cinema e di sicuro Mazzacurati la padroneggia bene: tutta la prima parte di presentazione è ben tratteggiata, con i soliti equilibri tra la malinconia e l’ironia. Ordinaria amministrazione. Gli attori sono efficaci: i volti, un po’ televisivi e un po’ sconosciuti, con comparsate note (Bentivoglio) appaiono azzeccati e la direzione, con i soliti dialoghi a mezza bocca e sguardi languidi, si fa apprezzare. Ma ahinoi ancora nulla di nuovo. Improvvisamente, dopo il superamento ormai di una buona trequarti di storia, arriva la svolta. Un omicidio. Ed ecco che si ritorna su di un cliché ultimamente molto di moda.

E il film inizia, o almeno dovrebbe. E la regia di Mazzacurati si perde tra aule di tribunale e flash back. Gli attori mostrano la propria inesperienza, e le comparsate incominciano a dare a noia (Marescotti). I quattro sceneggiatori non trovano una chiave di lettura che esca dai binari dell’ovvio rimando all’attualità (paure provinciali, razzismo, ecc..). E si sogna il cinema di genere sposato al minimalismo tutto italiano. Ma è solo utopia. Siamo alle solite di un cinema freddo, dichiaratamente d’autore, ma nell’accezione più negativa, molto meno ricco di quanto crede, e da dove lo spettatore esce completamente vuoto ed insoddisfatto. Ed oggi, a poco tempo da LA RAGAZZA DEL LAGO , anche un po’ scocciato.

 



votanti: 1
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[04-11-2007]

 
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