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Regione Lazio, ancora bufera sulla data del voto

Il ministro Cancellieri avverte: si voti entro Dicembre, la legge parla chiaro.

di Enrico Ferrara

Il vento di maestrale continua a sferzare gli uffici della Pisana.
Dopo l’escalation delle indagini sui rimborsi e finanziamenti ai gruppi consiliari, che, in queste ore, a stretto giro stanno investendo l’attività e i movimenti finanziari anche del gruppo dell’Italia dei Valori, la polemica non sembra affatto placata.

Resta, infatti, ancora da sciogliere il nodo problematico della data delle votazioni, previste per la sostituzione degli organi regionali formalmente dimessisi, ma ancora in funzione per lo svolgimento dell’ordinaria amministrazione. E non si sa fino a quando.
Se la querelle ha contorni amministrativi e legislativi netti, è politico il fulcro della questione.
Nel partito democratico non esitano a bollarlo come scandaloso il temporeggiare del partito della Presidente uscente, per la quale «andare a votare entro dicembre appare molto poco probabile da un punta di vista tecnico».

E chissà che non sia determinante la volontà dell’assessore al Bilancio regionale, Stefano Cetica, fedelissimo di Polverini, che, a sostegno delle ragioni di quest’ultima chiosa, che «immaginare di andare al voto a dicembre è tecnicamente impossibile oltre che economicamente insensato; oltretutto sui collegi elettorali potrebbe incidere anche la decisione che dovrà prendere il Governo sulle nuove Province e, non ultimo, va sciolto il rebus sul numero dei Consiglieri assegnati al Lazio che, secondo la legge, dovrebbero scendere da settanta a cinquanta»

Parole che pesano come pietre e che alimentano un dibattito scottante, che dura da più di dieci giorni.

All’inizio del mese, infatti, il Ministro dell’Interno Cancellieri sostenne la necessità, attenendosi alle prescrizioni di legge, che si sarebbe dovuto andare al voto entro 90 giorni dalla rassegnazione delle dimissioni del Presidente della Giunta e dallo scioglimento del Consiglio. Ma la questione non appare così semplice né tantomeno chiara. Il Governo, chiamatosene fuori, ha richiesto un parere non vincolante dell’Avvocatura dello Stato, che ha precisato come la determinazione della data, in virtù dell’autonomia statutaria regionale, spetti all’uscente Presidente Polverini.

Ad ostacolare il percorso elettorale si pongono interpretazioni normative e cavilli procedurali, oltre che – era naturale aspettarselo – precise strategie politiche, interessate più a temporeggiare e far decantare l’emergenza, che a sciogliere ogni dubbio.
E’ proprio lo stesso Pdl, infatti, a sostenere che quei 90 giorni di legge decorrenti dallo scioglimento dell’organo rappresentativo ( a partire quindi dal 28 settembre) dovrebbero riguardare il limite massimo per indire le consultazioni elettorali, che dovranno poi tenersi entro e non oltre i 45 giorni a seguire. Significherebbe votare, così, verso la fine di gennaio o l’inizio di febbraio. D’altronde è nell’interesse del Pdl: l’unica strategia possibile appare quella di limitare i danni. Quindi, più tardi si vota, più sono le possibilità di contenere l’emorragia di consenso di un partito sconvolto dal caso Fiorito e dilaniato dalle lotte intestine.

C’è chi vorrebbe optare, come il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, per l’election day: una giornata unica per le votazioni nazionali e regionali. E perché no, anche comunali, con le sue dimissioni anticipate.
Questo vorrebbe dire, però, rimandare tutto a marzo. Forse ad aprile. Cosa che appare intollerabile ai cittadini del Lazio e in palese violazione di legge, sebbene comporti un risparmio non marginale di denaro pubblico. In completa opposizione – sostiene Nicola Zingaretti, candidato alla Regione per il Pd – con il monito del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che invita a ritrovare etica e moralità in politica.

Il sindaco di Roma, già primo sostenitore di un azzeramento completo dei vertici del Pdl laziale, potrebbe, se riuscisse nell’intento della tornata elettorale unica, cogliere la palla al balzo per presentare la sua lista civica nazionale, ottenendo la possibilità di contare il suo peso politico.

Sopra le parti e la diatriba politica, si pone, invece, il decreto, varato la scorsa settimana dal Governo, sulla revisione della spesa e sui tagli alle Regioni. L’articolo 2 comma 3 prevede specificamente che le regioni “commissariate” – come lo è il Lazio dallo scioglimento del Consiglio – devono andare al voto entro e non oltre 90 giorni dalla pubblicazione del decreto. Cioè, entro dicembre.
La norma parla chiaro, senza possibilità di ulteriori interpretazioni. Tertium non datur.

 
 

[14-10-2012]

 
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