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Il Destino nel Nome

di Mira Nair. Con Irrfan Khan, Jacinda Barrett.

Ashoke ed Ashima, giovani sposi bengalesi pressoché ignari l’uno dell’altra, emigrano negli Stati Uniti dove dovranno imparare a conoscersi e ad amarsi. Processo facilitato dalla nascita di Sonia e del primogenito Gogol, che passerà la vita a combattere contro un nome bizzarro, fino a ritornare, finalmente consapevole, alle proprie origini.

Dopo la breve escursione fuori dal seminato con la trasposizione cinematografica di VANITY FAIR, Nair torna a posare l’occhio sulla sua terra. La sceneggiatura è basata sull’omonimo bestseller di Jhumpa Lahiri, un romanzo costruito attorno alle difficoltà d’integrazione incontrate dagli emigrati della prima generazione, tema altamente autobiografico caro alla regista. Questa volta, però, il contesto è altro.

Come realizzare il connubio fra il proprio sostrato culturale e l’adottiva cultura americana? Mira Nair decide per le antitesi palesi a pelo del film, contrapponendo le musiche di un anglo-indiano come Nitin Sawhney ai Pearl Jam. Ma è dalla tradizione che provengono i momenti più belli del film, dalla ritualità a cui, a ragione, la regista non abdica mai. A tal proposito godibilissima è la danza ironica che Gogol improvvisa con sua moglie durante la prima notte di nozze.

Ma, al di là dei riti e delle forti tinte degli abiti tipici indossati da Ashima, l’India rimane costantemente sullo sfondo, tristemente oscurata dalla serietà granitica della narrazione. I caratteri, obbligati a rincorrersi sul sentiero della maturazione, tardano a sostanziarsi e in questa evoluzione a rimanere schiacciati sono i personaggi secondari, ridotti allo status di comparse. In definitiva, la regista sembra limitarsi a ricoprire di una patina caratteriale quegli animi che avrebbero dovuto essere travagliati e tenta la strada della ricercatezza collezionando particolari anatomici, a ribadire la propria aspirazione visuale. Ma questa volta fallisce nella propria magia.

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Narda Liotine

[10-06-2007]

 
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