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L’Intervallo

di Leonardo Di Costanzo. Con Francesca Riso, Alessio Gallo

di Alessio Palma

A Napoli, due adolescenti, Veronica e Salvatore, sono costretti a trascorrere un’intera giornata in un enorme edificio, un ex collegio dismesso e fatiscente. Lei per ordine della malavita del suo quartiere, come punizione per uno “sgarro”, lui perché deve sorvegliarla. Esplorando il posto, imparano a conoscersi, nell’intervallo da una realtà che forse non prevede vie d’uscita.

Esordio nel cinema di finzione di un documentarista già affermato, L’INTERVALLO è stato presentato nella sezione Orizzonti dell’ultimo Festival di Venezia, dove avrebbe probabilmente meritato l’inserimento nel concorso principale. Nel raccontare questo incontro forzato, Di Costanzo, con gli sceneggiatori Braucci e Barbanente, evita ogni facile clichè: tra i ragazzi non nasce infatuazione né attrazione fisica, alla fine non sappiamo neanche se si rivedranno mai più. E’ un rapporto che si consuma in poche ore eppure tangibile: tramite i dialoghi, rapidi ed essenziali, apprendiamo non solo desideri e aspirazioni di due adolescenti normali ma anche la loro precisa, dura visione sul mondo in cui sono costretti a vivere, come evidenzia la bellissima sequenza sul tetto.

Il grande collegio abbandonato funge da luogo al tempo stesso concreto e incantato. Nello squallore di una struttura lasciata abbandonata a sè stessa si aprono squarci di paradossale bellezza (la barca incustodita, la cucciolata di cani, il ritratto di una ragazza morta suicida), pronti ad essere colti dallo sguardo vivo e curioso dei ragazzi, in un clima di sospensione del reale che non cancella la Gomorra circostante ma ne fa comunque sentire il peso pur lasciandola momentaneamente fuori.

Altrettanto chiaro è il progetto formale del film: la regia alterna costantemente prossimità e distanza verso i protagonisti, utilizzando i primi piani per sottolinearne gli stati d’animo e i campi lunghi per collocarli con esattezza nello spazio. La fotografia di Luca Bigazzi lavora benissimo sulla contrapposizione tra la cupezza degli interni e il chiarore del giardino, l’inquadratura è sempre composta in modo scrupoloso ma mai estetizzante, i due attori principali, scelti dopo un laboratorio teatrale che ha coinvolto diversi ragazzi dei Quartieri Spagnoli, interagiscono con la giusta naturalezza. E il film è un esempio perfetto di come si possa parlare in modo incisivo della realtà senza ricorrere a metodi d’inchiesta ma per pura forza cinematografica.

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[14-09-2012]

 
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