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Che fine farÓ il Pdl? Se non supererÓ il mito di Silvio, scomparirÓ

Il centrodestra rimane in affanno. Perde voti e consenso, spaccato all'interno e logorato dall'appoggio indigesto a Monti

di Enrico Ferrara

Gli ultimi sondaggi lo danno in risalita al 20%. Visti i tempi, seppur timida, ha il sapore di una ripresa, sprofondato com'era fino a poche settimane fa al 17%. Torna a posizionarsi, secondo le intenzioni di voto degli italiani, al secondo posto delle preferenze. Scavalca Grillo e il Movimento Cinque Stelle, inseguendo un Pd in affanno e in calo al 24%, al cui elettorato non sembrano piacere l'indecisione e la mancanza di chiarezza. Comunicativa, oltre che programmatica.

Questi sono solo numeri, però. Cifre percentuali fredde e asettiche, che non rispecchiano del tutto la volontà degli elettori, ma comunque utili per sondarne gli umori.

Gli umori, già. La pancia degli italiani. E questi, per un partito, come il Pdl, che ha reso sondaggi e pronostici strumento di comunicazione e di battaglia politica, contano. Hanno sempre contato. Termometro labile, ma efficace, usato più per la misurazione del gradimento del leader, che dell'adesione al progetto politico.

Un partito monoteista. Il Popolo delle Libertà, assoluto, piramidale. Nato dalla volontà di uno, all'insaputa degli alleati che vi sarebbero confluiti. Un crocevia di storie personali e politiche, di gruppi, di correnti e idee, dove la molteplicità si riduceva ad uno. Uno solo, venerato come un Dio. Nel segno dell'idolatria del Dominus.

 

La storia ha insegnato come nessuna delle grandi costruzioni politiche e sociali dell'ultimo millennio sia sopravvissuta alla fine del proprio leader assoluto, faber e scopo dell'intero impianto. Alla dissoluzione dello stesso, intere schiere di accoliti e fedeli sudditi si sono ritrovati impreparati e incapaci, perchè non abituati, a costruire un futuro democratico, dove i tutti fossero rappresentanti e non subissero le scelte dell'uno, e a garantire una successione in continuità.

La metafora è volutamente ridondante, consci del fatto che il Pdl non passerà alla storia politica del Paese, bensì il suo leader. Sebbene l'eccesso, l'analogia è calzante.

Alla fine del ciclo politico del berlusconismo, durato quasi vent'anni, e dissoltosi troppo rapidamente in e da uno stato transitorio di eccezione costituzionale, il Pdl, fondato, costruito, e rettosi per essere incarnazione e promanazione politica del suo ideatore, si trova impreparato ad assicurare una reggenza forte e carismatica. Anche a garantire la sua stessa esistenza.

Non solo per la mancanza di uomini che possano riconquistare e travolgere, come fu per Berlusconi, un elettorato amareggiato e deluso, ma anche per la consapevolezza dello stesso ex Premier che senza di lui il partito non sopravviverà alle spinte centrifughe delle correnti di squali e alla dispersione dell'elettorato.

Tutto e il suo contrario: da una parte, le ambizioni dei “colonnelli” e caporioni del Pdl, che sentono la necessità. per non morire politicamente né loro né il partito, di avviare la successione e di archiviare una fase storica; dall'altra, un leader, che vorrebbe convincere di nuovo con le sue “pazze idee” e che non ci sta a fare il padre nobile. Il pensionato d'oro. D'altronde, il calcio prima di tutto. La panchina non fa per Berlusconi. Questi sa che in campo bisogna rimanervi fino alla morte. Vi è sceso, ma non vuole risalire.

Intanto, tra scandali e avvisi di garanzia, traslochi di convenienza e incertezze, il Pdl perde pezzi e voti. Tutti vorrebbero archiviare Berlusconi e il berlusconismo, insieme al delfino nominato, che non ha mai convinto nessuno, Angelino Alfano, senza carisma nè l'ars amatoria del padre.

Alfano assicura che “nessuno gli sta segando le gambe del tavolo”, ma questo sembra ancora essere apparecchiato per uno solo.

Ad aggravare le conseguenze della imputazione diretta della responsabilità della crisi e dell'insediamento di Monti, la sofferta e indigesta partecipazione alla maggioranza di governo, che trova l'opposizione di molti all'interno come all'esterno. Pesa molto la responsabilità del malgoverno, ribadita anche oggi dallo stesso Monti, che ha imputato ai suoi predecessori " di aver tirato a campare per troppo tempo".

Una posizione difficile, dopo la fine dell'alleanza con la Lega e l'avvento del governo tecnico. Spaccato all'interno in mille rivoli e movimenti, ha illuso i suoi con l'apertura alle primarie e il definitivo superamento di un leader e di un passato ingombrante, salvo poi smentire se stesso e i progetti futuri. Berlusconi, senza più cartucce politiche, non si vuole fare da parte. Tiene ancora e per non finire nel dimenticatoio – nessuno sa meglio di lui che si vive di comunicazione o si muore – spara di uscire dall'euro, di far uscire la Germania o di stampare direttamente noi euro. A scelta dell'elettore.

 

Ritiene ancora di essere lui la carta vincente e cala l'asso delle grandi riforme costituzionali, come l'elezione diretta del Presidente della Repubblica e il semipresindezialismo. 

Intanto, un segretario in affanno e poco entusiasmante cui manca il “quid” e un appoggio coatto al governo Monti che sta piegando i nervi di molti e che rende la risalita della china molto difficile. 

 
 
 

[02-07-2012]

 
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