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Cosa vuole fare il Pd da grande? Asse moderato con l'Udc o rispolverare la foto di Vasto?

Il segretario Bersani continua a non sciogliere il nodo delle alleanze, mentre premono le fronde interne e incombe il pericolo di Renzi


Di Enrico Ferrara


Manca davvero poco alle ferie d'agosto e i partiti si organizzano. Non per il mare, né tanto meno per destinazioni esotiche o la frescura alpina, bensì per le alleanze in vista delle elezioni del 2013. 
Dichiarazioni d'amore, di sintonia o di semplice simpatia programmatica divampano all'ombra di Montecitorio e arroventano le annoiate cronache parlamentari. Ammiccamenti, giri di parole, doppi sensi inequivocabili testimoniano come il governo Monti sia destinato a terminare presto, per fare spazio alle forze tradizionali.

Queste, infatti, fremono dal tornare in sella, avendone loro, più che i cittadini, bisogno.Ai minimi storici di consenso e fiducia, sferzati dal vento caldo ed erosivo dell'antipolitica, tentano, necessitati, la carta delle sinergie costruttive. Chi per evitare il rischio concreto che non si riesca a formare una maggioranza numerica, chi per non sparire.
Dimenticati i grandi progetti di riforma costituzionale e la riforma elettorale, sembrano aver già dismesso i panni dell'oculato comprimario, che si erge, sebbene a malincuore, a strenua difesa del “podestà straniero” salvifico ma amaro, per riassumere i sembianti che più si confanno loro. Ovvero quelli di poco lungimiranti e altrettanto poco credibili carrozzoni elettorali, solo a tali fini smossi e protesi.

Sono vent'anni che i partiti cambiano nome o simbolo; che si fondono, si scindono, si liquefanno e si consolidano. Uniche note costanti: mantenere gli stessi leader per confondere sempre più l'elettorato deluso e non più persuaso.Questa volta, però, tutto è diverso. E anche loro lo sanno. E' stato il turno di amministrative a far prender loro consapevolezza della gravità della situazione; della china, forse irreversibile, verso cui si sono avviati.

Se il Pdl, ormai quasi liquefatto dall'emorragia di consensi, cerca di rifugiarsi nelle certezze dei vecchi leader, la compagine di sinistra non vive giorni più lieti. Abbandonato il sogno americano della vocazione maggioritaria, voluto e intrapreso da Walter Veltroni, il Pd si trova dover dipanare una matassa, di cui da anni non si trova il bandolo.La questione è apparentemente semplice e il dilemma tragico facilmente risolvibile: a patto che si decida di scegliere. Sacrificando una possibilità e rendendo irreversibile l'altra.

Il segretario Bersani è tutto fuorché, per necessità o per carattere, decisionista e, nel ruolo di mediatore delle 23 correnti accertate del partito di cui è leader contrastato, gli riesce difficile operare una scelta.

Consumare il tanto sospirato e atteso matrimonio con l'ala centrista e ondivaga di Pierferdinando Casini, vero skipper della politica, l'unico capace di posizionarsi sempre dove tira il vento della vittoria per essere determinante e far pesare così il ruolo decisivo;  oppure votarsi all'area massimalista e populista dell'asse Vendola – Di Pietro?

E' lo stesso Vendola a precisare, in un'intervista rilasciata al settimanale Left, come proprio l'ex pm di Mani Pulite sia l'ago della bilancia di qualunque strategia di alleanza. “Senza di lui non mi siedo a parlare col Pd”, ha dichiarato stentoreo il leader di Sel.


Se fino a ieri c'era una speranza di allargare l'asse politico all'Udc, oggi sembra essersi chiusa una porta. A riconoscerlo implicitamente è lo stesso Bersani che ha ricordato la “ volontà del Pd di non cedere a venti populisti”. Il riferimento all'Italia dei Valori, ancorchè implicito, è chiaro. L'ammucchiata Casini-Bersani-Vendola-Di Pietro è morta prima ancora di nascere. Meglio così, anche perchè sarebbe stato davvero difficile convergere su un programma comune e condiviso. Si sarebbe sicuramente riproposto il rischio dell'implosione, come accadde al governo Prodi del 2006.

Nè Vendola né Di Pietro vogliono Casini, reo, per il leader dell'Idv, di “aver governato per 15 anni con Berlusconi, che ha messo in pratica una politica di gestione personale del potere, di spartizione e lottizzazione, di utilizzo da pirata delle istituzioni, basata sulle leggi ad personam. Se fossi in tribunale per Casini varrebbe l'art. 110 del codice penale: Concorso diretto nella commissione del reato". Visti i toni e la sostanza, si fa fatica a capire, come insieme all'Udc, avrebbero potuto costruire un'alternativa moderata. Tonino è il pomo della discordia, l'amante che getta scompiglio.

Il Pd, come al solito, è spaccato da opposte fazioni e non sembra trovare una sintesi vincente e neanche una convincente. In molti non sopportano l'acredine populista del leader Idv, ritenendo che farebbe perdere i voti dell'elettorato moderato deluso dal centrodestra e che dovrebbe, per molti del Pd, essere conquistato.

Intanto Bersani guarda, seduto sulla sponda dell'immobilismo programmatico, il fluire degli eventi. Già all'inizio del 2011 aveva detto che avrebbe sciolto il nodo delle alleanze. Da allora solo mezze parole, frasi non chiare e mai dirette. La foto di Vasto non si capisce ancora se sia da archiviare o da rispolverare. Non si sbilancia, infatti, né nell'inclusione né per la preclusione. Rimane vago.D'altronde la chiarezza e la coerenza non sono virtù che appartengono ai nostri politici.

Se il fronte esterno reca con sé i pericoli della scelta, quello interno non sembra meno carico di insidie. Spaccato in mille rivoli e in altrettante fronde, quella più importante sembra contrapporre l'establishment consolidato alle figure emergenti. Uno tra tutti, Matteo Renzi. Lo scontro, che si terrà in vista delle primarie, finirà per polarizzare il rinnovamento in una lotta intestina tra i due: Bersani vs Renzi.

Il vecchio contro il nuovo.
Intanto l'unica cosa certa è che nel Pd non v'è certezza. 
 
 

[30-06-2012]

 
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