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Lo scurnuso

di Benedetta Cibrario

di Paolo Tripaldi

Il presepe è una pagina del Vangelo spiegata ai napoletani afferma Benedetta Cibrario nel suo ultimo libro "Lo scurnuso".  Un'arte quella dei presepi che si tramanda di generazione in generazione. Gli antichi artigiani nel modellare le statuette dei pastori spesso si ispiravano a volti di personaggi realmente esistenti. E così Sebastiano, detto Purtualle, talentuoso ragazzo di bottega del tardo 700, nel racconto della Cibrari  ritrae il volto del padre adottivo, colui che lo aveva abbandonato per denaro ma  dal quale ha appreso l’arte del decoratore,  in una statuetta con le sembianze di uno storpio.

La statuetta è chiamata da tutti “lo scurnuso”, termine che  in napoletano vuol dire vergognoso, da” scuorno”.  Negli occhi dello “scurnuso” è possibile vedere la vergogna che lo stesso storpio prova nell'essere ridotto in quelle condizioni, con piedi e mani fasciate mentre chiede l'elemosina.  La statuetta attraversa luoghi e tempi fino ad arrivare  ai giorni nostri: dalla Napoli borbonica fino alla Napoli dei nostri tempi  trasferendo a chi la osserva sempre la stessa emozione.

Il padre adottivo di Sebastiano , Tommaso Iannacone, aveva ricevuto il ragazzo dalle suore del convento di Sant'Agostino in cambio di un lavoro non pagato.   Iannacone è  malato di artrosi e non riesce più a lavorare così quando intuisce che Sebastiano ha del talento lo cede ad una bottega artistica, quella di Gaspare Riccio di Capodimonte , per poche lire dandogli però la possibilità di affinare la propria arte.

Sebastiano è  talentuoso e nelle sue mani l'argilla sembra prendere vita  ma vivrà con la consapevolezza di essere stato tradito e venduto.  Solo quando apprende della morte del padre adottivo dedicherà a lui una statuetta: un uomo che chiede l'elemosina, uno storpio con le mani e i piedi fasciati.  Per tutta la vita Sebastiano nelle sue statuette d'argilla aveva impresso i volti di chi aveva conosciuto. Personaggi destinati a vivere nelle sue creazioni sotto le sembianze di un pastore, di un mercante o di un semplice passante.

Dalla Napoli del 1792 il racconto di Benedetta Cibrario si sposta nel capoluogo campano tra il 1939 e il 1943. Qui con la seconda guerra mondiale da sfondo arriviamo nella casa di Girolamo Valcarcel, duca di Albaneta, custode del più bel presepe di Napoli.  Sarà lui ad acquistare la statuetta dello scurnuso di Sebastiano insieme ad altri lavori  provenienti dall'antica bottega Riccio. La guerra metterà  in crisi il duca che sarà costretto a cedere  l'intera sua collezione al cardinale Francesco di Belmonte.  I bombardamenti, infine, distruggeranno, gran parte dei lavori.  Si salveranno solo pochi oggetti e tra questi la statuetta dello scurnuso che ritroveremo nell'ultimo racconto ambientato ai giorni nostri in una casa al mare sulla penisola sorrentina.  Lo scurnuso sarà il regalo per  Vicky, una ragazza giunta a Napoli nell’abitazione del padre per trascorrere  le vacanze estive.  La statuetta è stata comprata dal padre ed è  uno dei pochi pezzi della collezione di pastori settecenteschi che si sono salvati dalle bombe.   Quello di Benedetta Cibrario è un racconto leggero  ma profondo e mostra che da qualche parte c’è sempre un oggetto che riaffiora dal passato pronto a ricordarci che non tutto è  perduto. Benedetta Cibrario pur essendo toscana ha voluto scrivere un libro su Napoli e la napoletanità,  città che ha conosciuto  nei racconti dei suoi nonni originari  di questa città.

Autore: Benedetta Cibrario
Titolo:  Lo scurnuso
Editore: Feltrinelli

[27-04-2012]

 
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