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Processo omicidio via Poma. Venerdý la sentenza

Ŕ l'ultima udienza. Domani attesa la sentenza per Busco

Ancora qualche ora di attesa e poi probabilmente, entro venerdì 27 aprile, Raniero Busco saprà se, anche per i giudici d’appello, è l’asassino di Simonetta Cesaroni uccisa il 7 agosto del 1990 in via Poma. Busco era stato già condannato in primo grado a 24 anni di reclusione. L’ex fidanzato della vittima spera che i risultati presentati meno di un mese fa dai periti della corte, possano scagionarlo. Il processo è alle battue finali ed in aula oggi gli avvocati di accusa e difesa si sono dati battaglia con le ultime arringhe. Il primo a prendere la parola è satato Massimo Lauro, legale della famiglia Cesaroni. Un’ora e 45 minuti di intervento per contestare, punto per punto, i motivi che hanno spinto la difesa ad impugnare la sentenza di primo grado. “Se all’epoca la controparte non chiese una perizia significa che non contesta la veridicità dell’impianto accusatorio” esordisce Lauro, che poi passa ad analizzare i singoli punti della richiesta d’appello.

Riguardo invece al modo in cui sono stati conservati i reperti, come i vestiti di Simonetta appena uccisa, questi furono tenuti in un unico sacchetto di plastica sigillato fino al 2004. “Ciò può aver alterato l’analisi” ammette Lauro “ma è stato comunque possibile rilevare il dna su reggiseno e corpetto. E quel dna – prosegue Lauro – è di Raniero Busco”. Quindi il motivo del ricorso in appello “è infondato" per il legale.

La difesa - Ben diversa la posizione della difesa di Busco: "Chi ha ucciso Simonetta è un mostro; solo un mostro può aver fatto scempio del suo corpo in maniera così raccapricciante e atroce. Ma questo mostro non è Busco. Non so se il mostro è ancora vivo, probabilmente sta spiando questo processo come un pipistrello sinistro. Continuerà ad uccidere Simonetta ogni giorno fino a quando non sarà scoperto". Ha detto l'avvocato Franco Coppi, legale di Raniero Busco. "Si è cercato di vestire su Busco gli stracci di un uomo irascibile, violento, capace di passare dall'ira alla ferocia; si è frugato nella sua vita alla ricerca di episodi per arrivare alla fine a dire che lui era capace di compiere questo delitto". Nonostante "testimoni hanno escluso di averlo mai visto litigare con qualcuno nè avuto scatti d'ira, anche nei confronti di Simonetta, la cui madre e la cui sorella hanno escluso di aver saputo che Raniero avesse mai alzato le mani sulla ragazza".

Movente - "Busco non aveva alcun motivo per uccidere Simonetta -continua l'avvocato Coppi- Agli inquirenti, da subito, disse che le voleva bene non nascondendo che la loro relazione fosse sbilanciata. La sentenza di primo grado ci propone un movente sessuale ma negli atti processuali non c'è alcuna prova in tal senso. La tesi dell'accusa secondo la quale quel 7 agosto 1990 Simonetta e Raniero s'incontrarono e Busco perse la testa, si avventò sulla ragazza provocando la reazione di quest'ultima e i colpi mortali è -per Coppi- priva di senso e disancorata dalla realtà". E poi, una interpretazione alternativa alla presenza di tracce del Dna di Busco sul corpetto e sul reggiseno di Simonetta. "Le tracce - ha detto l'avvocato Coppi - sono state trovate nell'esatta corrispondenza l'una dall'altra. Ma il corpetto non era poggiato sul seno bensì sull'addome. Ci fu una contaminazione quando i due indumenti erano a stretto contatto e questo può essere avvenuto in un periodo di tempo che va dal 4 agosto, quando i due fidanzati s'incontrarono, e fino al 7 agosto; sicuramente, però, prima del delitto". Ultimo capitolo difensivo toccato è stato quello delle tracce di sangue trovate sul luogo del delitto. "Sono tracce non riconducibili nè a Simonetta nè a Raniero - ha detto Coppi - Il sangue trovato è quello dell'assassino che si è ferito aggredendo la ragazza, ma non è di Busco".
 
 

[26-04-2012]

 
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