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Il primo uomo

di Gianni Amelio. Con Jacques Gamblin, Maya Sansa

di Alessio Palma

1957. Lo scrittore Jacques Cormery (alter-ego di Albert Camus, dal cui omonimo libro rimasto incompiuto il film è ispirato) dopo un periodo passato in Francia, torna nella natìa Algeria, in piena agitazione anti-colonialista. E’ l’occasione per riabbracciare sua madre e le altre figure chiave della propria infanzia, in un percorso a ritroso sulle tracce di un padre mai conosciuto.

Uscito dopo alcune traversie distributive, tra cui la mancata presentazione all’ultimo festival di Venezia (il film è andato poi a Toronto) e accolto distrattamente, IL PRIMO UOMO è il ritorno di Amelio dietro la macchina da presa a ben sei anni da LA STELLA CHE NON C’E’. Uno dei nomi di punta del cinema italiano, in vista soprattutto negli anni ’90, si ritrova ora confinato in una nicchia di mercato. Sorte tanto più ingiusta in quanto questo suo ultimo lavoro mostra un regista come sempre lucido e problematico.

Nello scritto di Camus il regista ha ritrovato alcuni dei suoi temi forti: l’emigrazione e l’esilio, la paternità, la durezza dell’apprendistato alla vita. E, naturalmente, la complessa realtà algerina degli anni immediatamente precedenti all’indipendenza, ottenuta nel 1962. Cormery/Camus attraversa il tempo (i flashback sono inseriti senza soluzione di continuità nel racconto, mediante semplici raccordi) e lo spazio (un paese sconvolto dagli attentati e profondamente diviso al suo interno da culture opposte) e questo dualismo si esprime, in senso politico, nella mancanza di una strategia comune per trovare uno sbocco non-violento alla rivoluzione. “Qualche volta, tra i romani e i barbari, è giusto stare dalla parte dei barbari”, dice allo scrittore, fiducioso circa una possibile convivenza tra francesi e algerini e contrario a ogni forma di terrorismo, il suo maestro elementare.

Amelio racconta questo viaggio, reale e immaginario, con lo stile che meglio padroneggia: sobrio, trattenuto, mai un’ inquadratura o un movimento di macchina di troppo, di esemplare trasparenza narrativa, mentre solo le musiche di Franco Piersanti in certi punti rischiano l’enfasi. A tratti si ha l’impressione che il film lavori troppo di sottrazione quando è invece proprio nei momenti più emotivamente carichi, come quello dedicato ad Aziz, giovane martire della rivoluzione, che riesce a raggiungere il giusto equilibrio tra intensità e chiarezza didattica. E’ un peccato, comunque, che un cinema così serio e rispettoso dell’intelligenza dello spettatore si ritrovi ora in una posizione tanto minoritaria.

 



votanti: 1
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[26-04-2012]

 
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