Giornale di informazione di Roma - Sabato 01 ottobre 2016
 
Seguici sui social:

 
 
 
 
 
Speciali
 
» Prima Pagina » Speciali
 
 

Emanuela Orlandi, una veritÓ celata

l'analisi del giornalista Pino Nicotri, autore di "Emanuela Orlandi - La veritÓ"

di Pino Nicotri

Come se non bastassero le polemiche scatenate dalle dichiarazioni del direttore della sala stampa vaticana, don Lombardi, e quelle di segno contrario di monsignor Bettazzi, a gettare benzina sul fuoco è arrivato fresco fresco il libro della fotografa romana Roberta Hidalgo intitolato "L'affaire Emanuela Orlandi". Di cosa si occupi appare ben chiaro: come le polemiche innescate dai due sacerdoti, si occupa del tormentone nazionalpopolare iniziato ben 29 anni fa, con la scomparsa a fine giungo 1983 della bella ragazzina quasi sedicenne, cittadina del Vaticano dove viveva con i genitori, una zia, un fratello, tre sorelle e un cagnolino. La tesi del libro della Hidalgo non so se sia più cervellotica o delirante. Come che sia, l'ho già demolita quattro anni fa, con un apposito capitoletto di cinque pagine del mio libro "Emanuela Orlandi - La verità". Lo riporto qui per intero perché così i lettori hanno un duplice vantaggio, anzi triplice: 1) capiscono qual è la tesi della Hidalgo; 2) capiscono quali sono le prove su cui si basa e quali sono i modi strani con i quali cono state procurate; 3) capiscono anche perché la tesi è da cestinare.

Se però qualcuno si prenderà la briga di leggere il libro della Hidalgo si accorgerà con stupore anche di un'altra cosa: la versione che racconta è diversa da quella raccontata a suo tempo a me e inoltre nasconde l'aiuto che le ho prestato e il materiale che le ho fornito. Perché? Anche questo sarà chiaro dopo avere letto le cinque pagine del mio libro, che vanno da pagina 208 a pagina 213 e sotto il titolo "Altro scoop: Manuela finta sposa di sua sorella?" ne costituiscono il 14° capitolo. Buona lettura:

"Roberta è una brava fotografa romana, con un discreto curriculum di reportage dal mondo del cinema. E’ lei che a suo tempo dandosi il cambio con un collega s’è pazientemente appostata per cogliere l’occasione buona per fotografare Wojtyla nell’intimità del suo riposo in piscina in costume da bagno. Con i molti soldi di quelle foto Roberta s’è comprata la casa.

Forse a causa del colpo di fortuna di quelle foto, Roberta ha pensato bene di tentare un clamoroso bis sul caso Orlandi. Un giorno in Vaticano ha incontrato una giovane donna che le pareva somigliasse alle foto di Emanuela Orlandi osservate con l’occhio del professionista. Incuriosita, ha seguito quella donna scoprendo che abitava appena fuori del Vaticano, a pochi metri da Piazza S. Pietro: per l’esattezza, in via della Traspontina 15. Roberta ha anche scoperto che viveva con il fratello di Emanuela, Pietro Orlandi. Insospettita dalla somiglianza, ha iniziato una serie di appostamenti nei pressi del portone di casa che è durata, incredibile ma vero, qualche anno.

Seduta in paziente attesa in auto, Roberta – ormai convinta che la sconosciuta fosse Emanuela sotto mentite spoglie - non si è limitata a scattare foto. Ogni volta che la signora scendeva per buttare il sacchetto della spazzatura nel vicino raccoglitore, del tipo cilindrico sormontato da un cono, la brava e testarda fotografa aspettava che rientrasse in casa o che andasse in Vaticano per scendere dall’auto e impadronirsi del sacchetto. E’ così che ha collezionato i reperti più diversi. Mercoledì 6 novembre 2002 la padrona di casa lascia su un post-it le istruzioni  “x Antonella”: “4 ore”, evidentemente di lavoro per “Spolverare bene”, “Aspirapolvere tappeti e guide terrazzino”, “Lavare bene pavimenti e sanitari”. Sotto, un “Grazie” e la firma: “Patrizia Marinucci”, con due numeri di “Tel. ufficio I.O.R.”. Roberta ha scoperto così in un sol colpo il nome della donna, che è sposata con Pietro Orlandi e che lavora anche lei allo Ior.

Il 25 dicembre 2002 Babbo Natale con i regali lascia anche sei bigliettini: “Rebecca, devi dividere tutto con le sorelline e amare la mamma di più”; “Elettra, non devi innervosirti e piangere. Non fare i capricci”; “Salomè, devi magiare tutto”; “Patatina, non fare la lagnetta. E brava Cindy-Lou!!!”; “Pietro, devi continuare così. Lavare sempre i piatti. Portare a spasso i cani. Sei forte!”; “Patrizia, sei perfetta!! (Cura le tue mani)”. A quanto pare ci sono quattro bambine, piccole si direbbe dalle esortazioni di Babbo Natale.

Il 2 gennaio 2003 alle 14,45 circa - Roberta è molto pignola, annota tutto, e deve avere passato in auto anche buona parte del Natale e Capodanno, – la signora Orlandi butta via il solito sacchetto di rifiuti: questa volta il bottino è un bigliettino da visita intestato “Cav. Pietro Orlandi”, con stampato “Tel. 6984982” e “Città del Vaticano”, più un numero di telefonino scritto a mano. Roberta si informa, l’azienda italiana dei telefoni le dice che il numero stampato non esiste, e poi è strano che Pietro così giovane sia già Cavaliere: la mia amica cerca di convincermi che evidentemente Pietro conduce una doppia vita, una con indirizzo italiano e l’altra con recapito vaticano. 

Era inevitabile che prima o poi la Orlandi moglie di Pietro buttasse via anche i tamponi mestruali usati. Quando li ha visti, senza pensarci su due volte Roberta se li è portati di corsa a casa e li ha messi in freezer. Perché? “Perché prima o poi riuscirò a procurarmi un capello di Pietro o di un altro familiare di Emanuela e confrontarne il dna con quello del sangue del tampone”, mi ha risposto Roberta. Un po’ complicato, ma geniale.

Guardando le foto della presunta Emanuela, mi ha colpito la somiglianza del suo viso con quello delle foto dell’Emanuela vera. Suggestione, probabilmente. Ma non fino al punto da non notare che i lobi delle orecchie sono completamente diversi: la vera e certa Emanuela Orlandi li aveva, ben visibili ed esaltati a volte dagli orecchini, quella presunta invece ne era quasi del tutto priva. “Se li può essere tagliati!”, mi ha ribattuto Roberta, con l’aria di chi non vuole rinunciare al suo giocattolo. Sì, ma ha anche il colore degli occhi diverso: “Può averlo fatto apposta con le lenti a contatto. E poi la grafia dei post-it è molto simile a quella delle frasi che sono state fatte trovare ai tempi della sua scomparsa”. In effetti, una certa somiglianza con la grafia del diario in mio possesso c’era, si tratta di grafie molto semplici, e il diario aveva il vantaggio di essere sicuramente di Emanuela, quella vera, quindi il confronto aveva senso. Ma la faccenda dei lobi era per me dirimente: che Emanuela se li fosse fatti tagliare per poter far finta di essere la moglie di suo fratello mi pareva una faccenda troppo macchinosa, e il rasoio di Occam obbliga invece gli onesti a privilegiare la semplicità.

Ma Roberta non demordeva. Anche perché aveva scoperto – preferisco non dire come - che Pietro chiamava sua moglie “Mandi” e che questa ogni tanto esponeva alla finestra una statuetta di Budda. E allora? “Ma non capisci? “Mandi” è il diminutivo di Emanuela Orlandi. E la statua di Budda deve essere un segnale a qualcuno. Oltretutto loro sono cattolici, che c’entra Budda? E’ un Budda molto particolare, cinese del 1750, l’originale si trova a Londra al Victoria and Albert Museum”. Mah.

Fu così che nell’estate del 2003 Roberta riuscì finalmente a procurarsi anche ciò che le serviva per il confronto dei dna. Si avvolse attorno alla mano destra vari giri di nastro adesivo, con la parte appiccicosa rivolta verso l’esterno, si piazzò davanti a Porta S. Anna e aspettò che la mamma di Emanuela uscisse di casa. Dopo averla seguita per un po’, a un certo punto le si accostò per fingere di inciampare e afferrarsi con la mano ai capelli della signora Maria. “Oh, mi perdoni, sono proprio mortificata! Spero di non averle fatto male”, si scusò Roberta. Arrivata di corsa a casa, mise da parte con cura anche i capelli rimasti appiccicati al nastro adesivo. Mentre ero al mare in Sardegna, utilizzando di nuovo il mini della “principessa Pignatelli”, mi è arrivato un sms: “Sto aspettando il responso delle analisi”. Oddio: incinta? “Non dire cazzate, sono le analisi dei due dna”.

Tornato a Milano, Roberta mi ha telefonato per darmi il responso: “I dna sono compatibili, perciò la donna che vive con Pietro può davvero essere Emanuela”. Scusa, ma allora le bambine di chi sarebbero figlie? “Possono benissimo essere figlie non di Pietro o essere sue e di una donna bionda che vanno a trovare nei week end in campagna vicino Roma. E poi ho appurato che la foto sulla patente di quella donna è in realtà una vecchia foto del passaporto di Emanuela”. Roberta, ormai da anni su quella pista, non c’era verso di farla ragionare. E dopo l’ambiguo responso sui dna era più lanciata che mai.

Prossima mossa? “Ho deciso di andare a parlare col criminologo Francesco Bruno, come sai lui è anche consulente scientifico del Sisde e in tale veste a suo tempo ha seguito le indagini”. A sentir nominare Bruno m’è quasi venuto un colpo, ma ho lasciato che Roberta proseguisse: “Di sicuro può far fare una perizia grafica per stabilire se la mano che ha scritto i post-it gialli trovati nei sacchetti dei rifiuti è la stessa del diario di Emanuela”.

Pentito di averle dato copia del diario, ho ribattuto a Roberta che nel ’91 o ’92 avevo parlato con Bruno, sia pure solo al telefono, ma non mi aveva fatto una bella impressione. Ha dichiarato che il teschio trovato il 14 maggio 2001 da don Giovanni Ranieri Lucci nel confessionale della chiesa di S. Gregorio VII “può essere quello di Emanuela Orlandi”.... Per non parlare delle certezze sbandierate negli anni ’80 sui perché e percome dell’attentato a Wojtyla, di fatto il solito intruglio universale a base di tutto e del contrario di tutto. In più, aveva scritto lui l’introduzione al portentoso libro di Imposimato [ndr: "Vaticano - Un affare di Stato"]... Meglio stare alla larga, a uno così non confiderei neppure che ore sono, per il timore che lo dica a chissà chi e/o che si giochi la notizia a proprio uso e consumo. Ma Roberta non mi ha dato retta.

E’ stato così che ai primi di maggio del 2004 è esplosa una nuova puntata del mistero Orlandi, con in scena questa volta Mandi, diventata per i giornali Mandy, all’americana come a suo tempo l’”Americano”.  Titoli: “«Mandy», il giallo Orlandi in un nome”; “Il mistero della «bionda»”, che è poi la donna che a volte Pietro e Patrizia vedevano in campagna; “Manuela Orlandi, la pista delle foto”; “Emanuela Orlandi, il giallo delle foto”, dove le foto sono quelle scattate da Roberta.

Domenica 9 maggio un paginone de Il Giornale conclude: “E così il mistero resta integro. Come prima, più di prima. Eppure sarebbe interesse di tutti chiarire il giallo – se di giallo si tratta – o sgonfiare il bluff, se fosse tutta una bufala. Fino a quando mancheranno le risposte, resterà la suggestione indiscutibile del materiale raccolto nel dossier che tanto ha colpito il criminologo Francesco Bruno: somiglianze fisiche, analogie nella scrittura, foto duplicate, segnali e dettagli che sembrano indicare una doppia vita”. Pazzesco. Ovviamente dalla Turchia Agca si tufferà anche lui su questa storia, andando un po’ alla cieca, ennesima prova che è un professionista dell’improvvisazione delle frottole.

 Dopo qualche tempo, pensavo che l’incredibile clamore provocato dalla mia amica, o meglio da qualcuno che ha approfittato della sua fiducia o, per dirla con le parole dell’avvocato Krogh [ndr: Massimo Krogh, legale degli Orlandi assieme all'avvocato Gennaro Egidio], dal “desiderio di qualcuno di avere visibilità”, fosse ormai acqua (torbida) passata. Invece è venuto a trovarmi in redazione il collega Max Parisi. Mi ha chiesto cosa sapessi di nuovo del caso Orlandi e ha parlato del “mistero Mandy”. Ho fatto fatica a non ridere, e gli ho spiegato come era nato questo inesistente nuovo mistero. Niente da fare. Max eccitato e convinto mi ha messo sotto il naso due fotocopie a colori, entrambe recanti un volto composto per metà da quello di Emanuela Orlandi delle ormai storiche foto e per metà da quello di Patrizia Marinucci in Orlandi, ricavato dalle foto scattate da Roberta. “E’ ormai certo che si tratta della stessa persona”, ha garantito Max con soddisfazione: “C’è un reparto della polizia scientifica che lo ha appurato. Vedrai che botto, finalmente verrà fuori la verità!”.

Sì, sì, certo: come no! La stiamo aspettando...

Qualcuno, meglio non dire chi, s’è divertito a mettere su Youtube un video intitolato “l’ultimo TEMA di Emanuela Orlandi”, che, con un  sottofondo di musica sacra, mette a confronto per vari minuti il viso di Emanuela e quello di “Mandi”, cioè della moglie di Pietro. Un modo come un altro per insistere a dire che si tratta della stessa persona:

The show must go on!".
 
 

[21-04-2012]

 
Lascia il tuo commento
 
 
 
  CORRELATE