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E' morto Carlo Petrini, ex attaccante giallorosso

A 64 anni scompare una figura atipica del calcio italiano

Non c'erano misteri intorno a Carlo Petrini. Tutto quello che si doveva sapere di lui, le sue vaste zone d'ombra, i suoi innumeroveli rimpianti, li aveva messi in piazza lui stesso. Se ne è andato questa mattina, in ospedale a Lucca, vinto da una malattia lunga e dolorosa, che lo aveva fatto diventare praticamente cieco almeno da una decina d'anni, e che aveva minato un corpo in altri tempi atletico e decisamente prestante.

Era nato a Monticiano il 29 marzo 1948, compaesano di un altro nome assai noto del calcio italiano, quel Luciano Moggi suo nemico dichiarato. Tutta la sua avventurosa vita la si può ripercorrere in quella sofferta autobiografia che si chiama "Nel fango del dio pallone", dove oltre ad accusare sè stesso sui suoi molti errori vi si trovano anche dettagliate, e mai smentite, versioni su alcuni episodi controversi del calcio italiano, a partire dal primo calcioscosommesse, l'originale verrebbe da dire, di cui Petrini fu protagonista e tra i pochi a pagare interamente.

La sua carriera da calciatore fu una occasione persa, proprio quello per cui viene ricordato tra i più attempati tifosi romanisti. Dotato di ottima tecnica, oltre che di un fisico esplosivo, Petrini comincia a giocare nelle giovanili del Genoa. Dopo la prima stagione da professionista, in serie B a Lecce "per farsi le ossa", la prima grande occasione si chiama Milan. Nonostante la simpatia con cui viene visto da Rocco, il carattere ribelle gli impedisce di entrare nelle grazie di Rivera e quindi rende al di sotto delle aspettative, finendo al Torino. Anche qui il suo talento non riesce ad esplodere, complice un grave infortunio, ed i due anni in maglia granata non lasciano il segno, sportivamente parlando. Dopo una stagione alla Ternana, arriva un altra chiamata importante, la Roma di Liedholm reduce da un terzo posto in campionato.

E' la stagione 1975-76, e la squadra non è affatto male. Ma Petrini non coglie l'occasione, distratto dalle molteplici possibilità di divertimento che la scena romana offre alla sua dirompente fisicità. E così, proprio come in quel Roma-Sampdoria sotto la pioggia, quando dopo una miriade di occasioni fallite, alla fine segna il gol vittoria, scusandosi platealmente col pubblico per non averlo fatto prima, Petrini lascia la Capitale, e di fatto la sua carriera di calciatore finisce per prendere una brutta piega, che lo porterà prima in squadre di provincia, Verona e Cesena, e poi a comprometterla del tutto, finendo implicato nel ciclone scommesse quando vestiva quella del Bologna.

Nel frattempo, la sua vita privata segue la stessa parabola di quella sportiva, ed il fallimento del suo matrimonio causa conseguenze drammatiche quando il suo figlio maggiore si ammala e Carlo, fuggito in Francia per paura dei creditori, non ha il coraggio di tornare in Italia al suo capezzale, nonostante un drammatico appello trasmesso addirittura dal telegiornale nazionale. Il contappasso arriva qualche tempo dopo, quando si manifestano i primi segni della malattia, che lui mette in relazione con le sostanze illecite che ha assunto da calciatore.

Questa del doping, insieme a quella delle scommesse e dell'ipocrisia diffusa, anche in fatto di omosessualità, è uno dei temi che Petrini affronta nel primo capitolo della sua nuova carriera, quella di scrittore. Alla citata autobiografia, Petrini aggiunge altri titoli, tutti pubblicati da Kaos edizioni, tra i quali spicca l'indagine sulla morte di Donato Bergamini, calciatore del Cosenza scomparso in modo tragico e misterioso nel 1989, e sulla cui morte proprio in questi giorni sono state riaperte le indagini, su un caso troppo frettolosamente definito di suicidio.

Paradossale, ancora una volta, il destino. Carlo ci lascia proprio dopo il più tragico weekend del calcio italiano, sconvolto dalla morte in diretta di un suo giovane protagonista. La battaglia di verità che Petrini aveva ingaggiato donchisciottescamente contro l'etabilishment pallonaro rischia di finire stritolata sotto il clamore provocato, forse, proprio da quello che lui denunciava.
Andrea De Paolis
 

[16-04-2012]

 
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