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Incontro Corto: Intervista a Stefano Lorenzi

Incontriamo Stefano Lorenzi

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 

di Flavia D'Angelo

Dal corto al lungo il passo non è mai breve. A volte anche una carriera già avviata nel mondo del cinema e la conoscenza delle insidie della macchina produttiva non sono garanzie sufficienti per esordire alla regia.
Corriere Romano incontra, alla vigilia della sua prima regia, Stefano Lorenzi – regista del cortometraggio “Cricket”, recentemente presentato alla Casa del Cinema di Roma – per farci raccontare il suo personale percorso professionale.

Cominciamo dal principio: come hai conosciuto il mondo del cinema?

Credo di aver avuto un percorso per certi versi anomalo. Iniziamo con il dire che nessuno della mia famiglia lavora o ha lavorato in questo settore; dopo il Liceo avevo deciso di non continuare gli studi ma di lavorare, possibilmente mettendo a frutto la mia passione per la fotografia.
Mentre il futuro era ancora incerto, andai a fare la vendemmia e lì incontrai un ragazzo che faceva il cameraman. E’ nato tutto così, da una serie di incontri fortunati: ho inviato il mio CV ad alcune televisioni locali della Toscana e in questo modo ho avuto i primi lavori. Ho iniziato come cameraman ma ho anche scelto di studiare meglio quello che facevo, per non limitarmi altre possibilità. Grazie all’incontro con professionisti come Giacomo Campiotti prima e Blasco Giurato poi ho iniziato a specializzarmi sempre più nella fotografia.

Quando hai capito che il tuo interesse principale era la regia?

Direi che il momento di svolta è stato il G8 di Genova del 2001. Avevo appena finito di lavorare come assistente alla fotografia di Giurato per la fiction “Maria José” e decisi di andare a Genova con una telecamera. Lì ho ripreso molti dei fatti di quei giorni e ho incontrato altri due ragazzi che, come me, stavano facendo lo stesso.
Inizialmente non avevo un progetto, ma da questo incontro è nata l’idea di mettere insieme il materiale che avevamo filmato. Il documentario “Genova senza risposte” è stato poi distribuito da Gianluca Arcopinto. Lavorare sui documentari mi fatto capire che quello che veramente volevo fare era raccontare una storia nel suo complesso, prendendomi ogni responsabilità legata a questa scelta.

La tua formazione, quindi, è stata essenzialmente “sul campo” …

In realtà per due volte ho fatto domanda per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia, la prima volta per il corso di fotografia e la seconda per quello di regia. In entrambi i casi sono stato ammesso, e entrambe le volte ho rinunciato.
Credo che la preparazione del Centro Sperimentale sia preziosa ma, almeno nel mio caso, sono state sempre le esperienze di vita a guidare le mie scelte. Dopo aver lavorato come assistente alla regia di Giacomo Campiotti per “Mai più come prima” ho scelto di lasciare il corso di fotografia e di fare richiesta per quello di regia. Quando ho capito che potevo continuare quel tipo di esperienza ho scelto nuovamente di lasciare la scuola per il set.

Quali sono le cose più importanti che hai imparato nelle tue esperienze come assistente alla regia?

Credo che soprattutto il periodo in cui ho lavorato con Paolo Virzì a “N – Io e Napoleone” e a “Tutta la vita davanti” sia stato umanamente importante per me. Più che la maturazione tecnica la mia è stata una maturazione personale: ho capito quello che volevo raccontare e quanta responsabilità ci sia nel dirigere un film. La differenza fondamentale della regia è tra chi ha un’idea e chi la mette in pratica.
Con questa consapevolezza ho deciso di staccarmi da Virzì e di fare un’esperienza nella grande macchina dell’industria cinematografica americana, lavorando a “Miracolo a Sant’Anna” di Spike Lee. A questo punto, ho capito che era arrivato il momento di pensare alla mia regia.

E’ difficile presentare un progetto quando si è un regista esordiente?

E’ molto difficile. Per quanto io lavori da anni nell’ambiente e possa spendere la mia professionalità per convincere i produttori, il problema della credibilità dell’esordiente esiste, a maggior ragione in questo momento in cui per un produttore “sbagliare” un film può significare seri problemi economici.
Per il mio film ho cercato di puntare sulla qualità, coinvolgendo altri professionisti noti e apprezzati, per esempio ho voluto Daniele Ciprì come direttore della fotografia. Avere un buon cast è un altro elemento di sicurezza, e non parlo solo del fatto di poter contare su attori famosi, come vorrebbero molti produttori. Credo sia importante riuscire a lavorare anche con attori emergenti e molto motivati: sono convinto che l’arte e il cinema siano fatti anche di incontri.
Quando si vuol realizzare qualcosa non si dovrebbe mai dimenticare ciò che diceva Hitchcock, e cioè che il momento più bello e quello in cui si finisce di scrivere il copione, perché tutto è ancora possibile e non si è ancora accettata alcuna mediazione.
Poi bisogna confrontarsi con la realtà, accettare qualche compromesso, ma credo che questo faccia parte di quell’assunzione di responsabilità necessaria a portare avanti una regia. Sono anche convinto che quando si ha un’idea di regia chiara e forte sia molto difficile che altri la possano trasformare.

Di cosa parla il film che stai preparando?

E’ una storia corale, con al centro il calcio storico fiorentino. Io sono di Pistoia ma un mio carissimo amico fiorentino è un ex calciante e mi ha raccontato i miti e i riti di questo spot, a tratti anche molto violento.
Sono tre anni che lavoro su questo progetto, di cui ho anche scritto la sceneggiatura. Personalmente non sento il bisogno di essere contemporaneamente sceneggiatore e regista, ma è difficile trovare buone storie e quando si ha questa fortuna il film diventa come un figlio.
Questo progetto, inoltre, ha una storia travagliata. Molte persone ci hanno creduto e abbiamo ottenuto sia i fondi del Ministero sia concluso accordi di co-produzione con società estere. E’ molto difficile oggi farsi produrre un film e bisogna essere preparati a tutto: nel mio caso, anni fa avevo preparato un film, al quale avevo lavorato per due anni e quando la produzione era quasi pronta per partire, il produttore è fallito e tutto si è bloccato.

A che punto è adesso la preparazione del film?

Finalmente ci stiamo avviando su una buona strada. Il produttore è in trattativa con una distribuzione, se il contratto – come spero – sarà firmato potrò iniziare la regia del mio primo lungometraggio. Di una cosa sono certo: io sono pronto.

Se vuoi raccontarci la tua esperienza e proporci i tuoi cortometraggi, scrivici a cinema@corriereromano.it 
 
 

[06-04-2012]

 
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