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L'opera di Marco Tirelli in mostra al Macro

25 tele monumentali realizzate appositamente per il museo romano

Oltre la superficie, oltre il buio, oltre la luce: è l'opera di Marco Tirelli, evocativa e spiazzante, in mostra nei due padiglioni del Macro Testaccio fino al 13 maggio. Per il museo romano, l'artista ha appositamente realizzato 25 lavori, che, tra pittura e architettura, in un allestimento da lui stesso ideato, danno vita a una vera e propria installazione. Presentata oggi alla stampa, l'importante esposizione è stata curata dal direttore del Macro Bartolomeo Pietromarchi, che proprio in questa occasione ha avviato una delle sue prime collaborazioni internazionali dalla nomina.

La mostra di Tirelli è stata infatti organizzata con il Musee d'Art Moderne de Saint-Etienne Metropole, che la ospiterà nel 2013. Le 25 tele monumentali sono suddivise nei due padiglioni del museo, secondo un preciso ordine. Nel primo sono riuniti i lavori dalle forme geometriche immediatamente riconoscibili, in cui altresì è evidente il processo artistico di registrazione di dati reali, distillati tramite un complesso procedimento intellettuale. Recipienti, alambicchi, oggetti estrapolati dall'infinito archivio mentale di Tirelli, in un rimando continuo che va dalla citazione colta alla mera osservazione empirica. L'astrazione dalla contingenza trasforma tutto in forme geometriche pure, colte dall'artista romano nel pieno di un crescendo luminoso. Nel secondo padiglione, pur mantenendo una loro vita propria, le opere concorrono, in un serrato dialogo con lo spazio, a dare vita a una installazione ambientale di assoluta suggestione. Anche perchè lo stesso Tirelli ne ha curato l'allestimento, scegliendo i colori dei pannelli, dal grigio «che vorrebbe tradurre la massima freddezza al rosso, vale a dire il massimo calore». «La superficie fisica dei luoghi è come una soglia di altro da sè - ha spiegato l'artista - La pittura è da sempre l'emblema della possibilità di andare oltre». Una concezione che risale all'arte classica, prosegue, basti pensare a Durer e alla sua interpretazione della prospettiva, indicata quasi come «una capacità magica» di superare l'apparenza. Dalla citazione del genio rinascimentale Tirelli passa a quella di Leopardi, fa suo l'inseguirsi di spazi nell'Infinito, una delimitazione dopo l'altra per arrivare «fino all'ultima stella». Ecco dunque la grande sala, con i punti cardinali costituiti dalle tele nero e bianco totale, e quelle in cui buio e luce sono nettamente contrastati, fino ai lavori in cui luce e buio sono così sfumati da creare il livello massimo di ambiguità. «Una superficie che palpita - dice Tirelli - quasi voglia scappare da se stessa». A rimarcare, una volta di più, che «la superficie è un luogo che non c'è».

[05-04-2012]

 
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