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Sulla Riforma del Lavoro l'Italia si gioca tutto

Non c' spazio per contrapposizioni ideologiche n per interessi elettorali

di Enrico Ferrara

Era solo una questione di tempo perché l’idillio
tra il governo Monti e i partiti della maggioranza aggregata, che lo sostiene, si incrinasse. Fino, forse, a decretarne la rottura definitiva.

La “luna di miele volge al termine e con essa si riaffaccia, prepotente e più frammentata di prima, la politica.

Era inevitabile che se ci fosse dovuta essere battaglia, questa si sarebbe consumata proprio sul tema della riforma del mercato del lavoro. E che sicuramente i partiti, indocili e in affanno, avrebbero tentato di sfruttare le divisioni reciproche per tentare di imporre la propria ricetta di riforma. Un braccio di ferro e un estenuante gioco al massacro: dannosi per il Paese, per il mondo del lavoro da rilanciare e per la incrinata immagine del Paese.

Non c’è dubbio che nell’ultimo mese i rapporti tra l’esecutivo e la maggioranza siano peggiorati e si siano involuti. E questo ha coinciso, essendone diretta conseguenza, con un indebolimento della leadership e della fermezza esecutiva del Premier Monti.

Il malessere e il contrasto, dentro e fuori il Parlamento, va al di là della politica e riflette lo scontro inevitabile di culture diverse.

Toccare l’art 18 significa, per la sinistra, distruggere il simbolo e il vessillo delle conquiste che furono e, nello stesso tempo, minare una visione del mercato del lavoro, che sembra essere rimasta agli anni dell’approvazione dello Statuto.

Il Partito Democratico vive l’ora più difficile. Sul tema del lavoro non solo si scontreranno frontalmente le diverse anime del partito, ma si giocherà anche la delineazione della sua identità. Non basta che Bersani dica che “alla fine stiamo coi lavoratori”. Le reazioni aspre e ruvide dei dirigenti del Pd, di fronte alla riforma Fornero, danno l’impressione di un partito confuso, che non sa cosa fare da grande.

Da una parte il gioco delle alleanze, strizzando un po’ l’occhio al centro moderato di Casini, ma non volendo chiudere i rapporti, seppur difficili, con il massimalismo di Idv e Sel. Dall’altra, la pressione dei sindacati.

Non decidere né assumere una posizione netta permette a Bersani di prendere tempo. A che prezzo? Al prezzo dell’incomprensione e del fastidio dell’elettorato. Smarrito lui, smarriti loro.

E dire che, sulla riforma del lavoro, l’Italia – non solo i partiti – si gioca molto. Forse, tutto.

Sul piatto, da soddisfare e gestire, una pluralità di obiettivi e interessi.

Se quello che preoccupa Fornero è di creare le condizioni per il rilancio di un’economia vecchia e poco dinamica, rendendola in linea con gli standard normativi europei; quello che preoccupa i lavoratori è che venga riformato, nel peggior momento possibile come quello di una crisi di stagnazione, il lavoro sulla loro pelle e sulle loro macerie.

Scontiamo – è da riconoscere – anche sull’art.18, come su tutto l’impianto gius-lavoristico, un ritardo abissale rispetto agli omologhi europei. Un ritardo colpevole, culturale e giuridico, che non rende facile affrontare una riforma del genere.

Che se ne discuta serenamente, senza preconcetti culturali e contrapposizione ideologiche di un tempo lontano che non è più.

La preoccupazione è che ne esca, nel braccio di ferro tra partiti e governo, un progetto spuntato e inefficace.

Sul tema del lavoro, l’Italia si gioca tutto. Proprio ora, che la crisi darà il suo morso peggiore.

 
 

[24-03-2012]

 
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