Giornale di informazione di Roma - Martedi 27 settembre 2016
 
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Gli sfiorati

di Matteo Rovere. Con Andrea Bosca, Miriam Giovanelli

di Francesco Picerno

Mète è un giovane orfano di madre che durante il matrimonio del papà ospita in casa la seducente sorellastra Belinda. Damiano e Bruno sono i suoi migliori amici: uno è un incallito donnaiolo, l'altro un  padre separato che di lavoro fa il grafologo.

Matteo Rovere, trentenne regista romano, dopo il mediocre UN GIOCO DA RAGAZZE, porta sul grande schermo l'omonimo romanzo di Sandro Veronesi adattandolo ai nostri giorni. Dalle prime sequenze si evince chiaramente che parlando di "sfiorati" il regista intende descrivere una generazione che non coglie il significato reale della vita, che non prende posizione e sfugge a tutte le emozioni. Il giovane regista narra quindi questo  sbandamento generale concentrandosi su ragazzi della Roma bene che tralasciano affetti, impegni lavorativi e soprattutto sentimentali.

Il racconto e lo stile sono decisamente coerenti con i precedenti lavori del regista (si vedano anche i cortometraggi di Rovere), presenti inoltre molte similitudini con il coetaneo Silvio Muccino: come ad esempio un certo eccesso visivo e una faciloneria nel raccontare sentimenti attraverso citazioni cinematografiche "alte" ma senza consistenza. Rovere riesce, tra le varie pecche, a dimostrare a tratti una buona padronanza registica e tecnica dando l'idea di un talento da sgrezzare (si vedano ad esempio le scene con protagonista Asia Argento). Il fallimento della pellicola è però su tutti gli altri fronti: quello trasgressivo, spunto principale del film (sintetizzato dal rapporto ambiguo tra i due fratelli), fino a quello del ritmo e della sceneggiatura. I personaggi di contorno perdono via via di importanza: Santamaria e Riondino sono sovrastati dalla linea principale del racconto e spariscono completamente finendo per diventare personaggi accessori e nascosti da altri eventi.

Di  cattivo gusto inoltre il finale, apparentemente conciliatorio, con l'urlo della famigliola in auto sulle note di Eros Ramazzotti. Di positivo rimane certamente la sensazione di un cinema che prova ad osare e che ha il coraggio di affrontare dinamiche scomode, come l'assenza dei genitori, l'incesto, l'impalpabilità della società di oggi, tentando di raccontare una generazione con una spietatezza che in certi momenti funziona. Ma ancora una volta si avverte  l'assenza di profondità, di sviluppo, di contenuti. Come, appunto, da tradizione mucciniana.
 



votanti: 5
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[05-03-2012]

 
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