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Henry

di Alessandro Piva. Con Carolina Crescentini, Claudio Gioč

di Alessio Palma

Roma. Una banda di malavitosi nostrani e una gang di africani  sono impegnate a conquistare il mercato dell’eroina. Due omicidi ne generano molti di più e due poliziotti si ritrovano ad indagare, uniti solo dal coraggio nell’andare fino in fondo.

Presentato al Torino Film Festival del 2010, esce solo ora il terzo lungometraggio di Alessandro Piva, dopo gli interessanti LA CAPA GIRA e MIO COGNATO. Nonostante il cambio di ambientazione, dalla Puglia dei primi due film alla Roma di quest’ultimo, Piva resta fedele al suo osservatorio privilegiato, un microcosmo malavitoso fatto di tossici e criminali di mezza tacca. Il film è tratto dal romanzo omonimo di Giovanni Mastrangelo.

Girata con un budget ridotto, HENRY (un nome in codice per indicare la droga) è un’opera ibrida e incerta sulla direzione da prendere. Mescola l’analisi di uno spaccato sociale con il cinema di genere, schegge pulp tarantiniane con momenti più rigidi e artificiosi, come quando i personaggi si rivolgono direttamente allo spettatore recitando monologhi che esplicitano l’origine letteraria del film. Nel complesso questa schizofrenia narrativa nuoce a Piva, anche autore in solitario di una sceneggiatura poco calibrata.

Laddove, nelle opere precedenti, il regista costruiva un mondo marginale per accumulo e per piccole annotazioni, in HENRY tutto è spiattellato sullo schermo con isteria e un tono costantemente sopra le righe. Ne esce un film urlato e sovraccarico, troppo poco controllato da una regia che, alla fine, non è in grado di tessere tutte le fila della vicenda e soprattutto le sue implicazioni morali.

 



votanti: 1
Secondo te quanti euro merita??
 
 
 

[01-03-2012]

 
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