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...E ora parliamo di Kevin

di Lynne Ramsay. Con John C. Reilly, Tilda Swinton

di Rosario Sparti

Eva mette da parte ambizioni e carriera per dare alla luce Kevin. La relazione tra madre e figlio è però molto difficile sin dai primissimi anni. A quindici anni Kevin compie un gesto irrazionale ed imperdonabile agli occhi dell’intera società. Eva lotta contro una profonda amarezza e atroci sensi di colpa. Ha mai amato suo figlio? E’ in parte colpevole di ciò che ha fatto Kevin?

Tratto dal romanzo omonimo di Lionel Shriver, il film è il terzo lungometraggio di una regista talentuosa ma poco prolifica come la britannica Lynne Ramsay. Confrontandosi con un budget più elevato e una troupe tecnica e artistica di livello internazionale, la regista si discosta dai suoi film precedenti, tra cui lo splendido RATCATCHER da noi inedito, per cercare di realizzare un’opera che per narrazione si rivela più ambiziosa e complessa. L’elemento di continuità, invece, è l’intricato rapporto tra la morte e la psicologia di personaggi che sembrano essere allo sbando, costante di un cinema che non da mai risposte allo spettatore e fa dell’ambiguità il suo perno.

Supportata da un buon cast, in cui svetta una straordinaria Tilda Swinton con un ruolo molto arduo, la pellicola è impreziosita da una cura per il sound design e un gusto figurativo, di stampo pittorico, di grande spessore. Spiazzando lo spettatore con un prolungato gioco sui piani temporali, il film nella sua prima ora incanta e riesce a trasportare lo spettatore nel caos mentale della protagonista, pian piano, però la programmatica sgradevolezza del plot narrativo, l’ambiguità dei personaggi e la freddezza della messa in scena finiscono per fagocitare la potenza del materiale anestetizzandolo, lasciando la sensazione d’un emozione estetica.

La responsabilità della maternità, la struttura familiare come madre educativa della formazione di un essere umano, la relazione simbiotica tra madre e figlio sono i tasselli tematici di cui si compone un film che ha il merito di non scadere mai nell’ovvio, nel sensazionalistico o melodrammatico; sfiorando la black comedy, la pellicola cerca una via alternativa nello scavare in un rapporto familiare mai chiaro per intero, di cui percepiamo la portata devastante nel passato e nel futuro di chi è coinvolto ma che, soprattutto, grazie al talento della Swinton riesce a lasciare delle tracce. Alla fine si esce dalla sala con molte domande per la testa, scossi, ci s’interroga sui perché ma tutto senza risposte. Non è detto, forse, che la regista non abbia fatto centro.
 



votanti: 1
Secondo te quanti euro merita??
 
 
TAG: - ramsay - swinton - reilly
 

[16-02-2012]

 
 
 
 
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