di Svevo MoltrasioIl piccolo Hugo vive da solo in una stazione ferroviaria di Parigi. Passa le giornate a controllare gli orologi del luogo e a rianimare uno strano robot lasciatogli in eredità dal padre. Il destino riserva tante sorprese al piccolo eroe...
L’ultimo film di
Martin Scorsese è tratto da un libro di
Brian Selznick e sancisce l’esordio nel cinema in tre dimensioni per il grande regista americano. Nel cast, oltre ai due ragazzini protagonisti, si segnala una nuova collaborazione con
Ben Kingsley. Il film è stato accolto dalla critica, in patria come in Europa, unanimemente come un capolavoro ed è in corsa nelle categorie principali di tutti i riconoscimenti annuali.
In una Parigi degli anni ‘30 dove la lingua principale è l’inglese, la storia si sviluppa nei meandri della stazione ferroviaria di Montparnasse, seguendo le corse pirotecniche del giovane protagonista abitante degli interni più nascosti dell’edificio.
Scorsese si diverte con lunghi piani sequenza ad inseguire il ragazzo e ogni tanto ad illustrare una serie di personaggi che sembrano usciti dagli albori del cinematografico. I due piani, fulcro dell’intera operazione, interagiscono male sin dalle prime battute, vista la ripetitività degli effetti da un lato e la fredda caricatura dall’altro – stucchevole il personaggio di
Sacha Baron Cohen -.
Dopo il film palesa la sua intenzione di omaggio al cinema degli esordi, proprio attraverso le più moderne tecnologie di ripresa, mettendo al centro della storia il regista francese
Georges Meliès, ma anche questa scoperta è pasticciata e spiattellata allo spettatore senza un vero patos. Tra attori celebri in ruoli insignificanti e una confezione leccatissima, il film è artificioso e freddo. Tutto è palesemente finto, a partire dall’inverosimile panorama parigino visibile dall’alto della stazione. Un omaggio alla magia del cinema che sembra però solo diretto agli addetti ai lavori e a certa critica, incapace di parlare al grande pubblico come dimostrano gli scarsissimi incassi in tutti i botteghini.