di Rosario SpartiCobra, Negro e Mazinga sono poliziotti del Reparto mobile, una struttura operativa guardata con distacco dai colleghi e con sospetto dai cittadini. I tre agenti imparano sul campo cosa vuol dire essere odiati, apostrofati al grido di “A.C.A.B.” che sta per “All Cops Are Bastards”, un motto del movimento skinhead inglese degli anni ‘70 diventato negli anni un richiamo universale alla guerriglia urbana. I tre vanno anche fieri nel contrastare la violenza ripagandola con la stessa moneta, cioè agendo con metodi spicci e duri e, soprattutto, con l’uso della forza.
Tratto dall’omonimo libro di
Carlo Bonini, il film, con le storie dei protagonisti, fa rivivere importanti fatti della cronaca italiana degli anni Duemila, dall’omicidio di Giovanna Reggiani a quello del tifoso Gabriele Sandri, sullo sfondo del G8 di Genova vissuto come grande rimosso da espiare. Guidato dal regista esordiente
Stefano Sollima, che con la serie tv ROMANZO CRIMINALE si era messo in mostra, un cast di validi attori regala una buon prova interpretativa, suggellata dalle ottime performance di
Pierfrancesco Favino e dell’eccellente
Marco Giallini.
Dal punto di vista tecnico, dalla bella fotografia notturna all’avvincente montaggio, il film sembra elevarsi dalla media del cinema italiano, seppur cedendo talvolta a un impianto di messa in scena che sconta debiti con la miglior televisione, contaminandosi pure con lo spirito del cinema di genere come testimoniato dalle numerose sequenze dal sapore action. La sceneggiatura ha qualche rallentamento, didascalismo e imprecisione ma è sempre ben attenta a trovare il giusto equilibrio tra le parti. A.C.A.B. è soprattutto per questo un film duro, coraggioso, che si prende delle responsabilità fino a risultare scomodo, per qualcuno anche indigesto.
Bandendo le ideologie, sposando in toto il punto di vista dei celerini mostrandone i vizi e le virtù, evitando di dare risposte, il film inevitabilmente si posiziona su un terreno scivoloso, dove scontentando tutte le parti si potrebbe finire per cedere alla peggiore, quella del populismo.
Sollima se ne assume l’onere di questo rischio e gliene va dato atto, esplorando una zona buia del nostro paese che difficilmente è al centro dell nostro cinema e tantomeno della televisione. Esce fuori così il ritratto di un’Italia misera, dove regna la paura, la frustrazione, l’odio, l’impossibilità d’ottenere risposte e giustizia, una rabbia che si fa violenza. Una visione dolorosa e sconvolgente di un’Italia senza speranza.